ritagli di sport

7 febbraio 2006

Trilogia per capire perché l’Italia ha sdoganato il rugby. Anche a sinistra.

Filed under: books,rugby — filnax @ 4.15 pm

Il rugby, come i suoi giocatori, sta alzando fiero la testa. Un contagio di passione si propaga tra gli sportivi italiani. Sarà per la scarsa credibilità del calcio, sarà per la crisi della Ferrari, sarà per la stanchezza di trent’anni di attesa di un nuovo Panatta, il rugby vive un momento di riscatto. Sempre visto come uno sport importato e avulso alla tradizione del paese. Roba da Commonwealth. Da sei anni l’inversione di tendenza. Una risalita iniziata con l’ingresso dell’Italia nell’Olimpo del Sei Nazioni. Sabato nella partita d’esordio a Dublino, gli azzurri hanno messo paura all’Irlanda. Qualche decisione dubbia arbitrale non ha scatenato polemiche. Tuttalpiù un’alzata di sopracciglia.  Piace il rugby per la sua etichetta. Lo sport fisico per eccellenza dove non esistono isterismi, calcetti vigliacchi o scene di simulazione. Gli atleti si confrontano a suon di testate con fair play. Qui l’etica vince sulla furbizia, non c’è traccia di doping o di combine. Non servono reti o schieramenti di forze dell’ordine per dividere i tifosi, né si appendono striscioni nazisti. Gli arbitri sono rispettati ed esiste una moviola pacifica e serena. Le immagini al rallenty non servono per litigare al bar, ma solo all’arbitro in caso di un umanissimo dubbio.

Sul rugby è cresciuta l’attenzione editoriale. A disposizione, per chi vuole saperne di più, una trilogia – un po’ apologetica – sulla palla ovale. Marco Tilesi e Manfredi Griffone in  “Elogio del rugby” (Castelvecchi) ripercorrono il percorso di avvicinamento al grande pubblico, dalle riunioni carbonare nei pub alle migliaia di tifosi al seguito della nazionale all’estero. Si tratta di una nuova edizione a cui è stata aggiunta la storia dei campionati più importanti, per club e per nazioni. “Nella precedente alla descrizione dei miti e dei riti del rugby non si accompagnava quella pratica. Un po’ come se in un elogio al calcio non si menzionasse la Juventus e il Brasile”, così gli autori spiegano il restyling. L’aggiornamento ha coinvolto anche le pagine sulla nazionale. Via l’intervista all’ex ct John Kirman, neozelandese, e dentro quella del suo successore, il francese Pierre Berbizier.

Il fango e l’orgoglio” (Nutrimenti) è nato ai bordi di un campo di periferia romana. “Accompagnando mio figlio Giorgio agli allenamenti ho maledetto il tempo trascorso. Avrei voluto sudare anch’io su campi spelacchiati a rincorrere l’ovale. Una visione dello sport a cui non siamo abituati, non volta al risultato, ma alla crescita dell’individuo”, racconta Gregorio Catalano, giornalista del Corriere della sera. Scritto a quattro mani con Daniele Pacini, responsabile dell’Unione rugby capitolina, il libro narra le vicende di un giocatore immaginario sulla base di aneddoti reali. All’interno un’ampia intervista a Massimo Mascioletti, l’ex allenatore della nazionale che, insieme con il francese Georges Coste, ha condotto l’Italia nel Sei Nazioni, mentre la prefazione è firmata dal comico di Zelig ed ex giocatore Claudio Bisio.

 A chiudere la trilogia “Quelli che il rugby” (manifestolibri) dell’ex tallonatore Flavio Pagano. Un romanzo dove l’uovo da rincorrere rappresenta l’aspetto mistico e metafisico. “I giocatori ne devono subire i capricci del rimbalzo, perché sono mortali e non possono essere padroni del destino: non fanno parte del mondo soprannaturale che l’ovale rappresenta. Essi sono ben piantati con i piedi per terra, e devono spingere, correre, placcare: sopravvivere.” Secondo il periodico Carta, Pagano contribuisce allo sdoganamento a sinistra del rugby, spesso visto come uno sport fascisteggiante. Un mito il cui abbattimento è la ragione sociale degli All Reds, team nato in un centro sociale romano. Il loro manifesto declama: “lealtà e rispetto per la squadra e per l’avversario, non sete di annientare il “nemico” di turno; Dignità e agonismo, non onore e trionfo; Collettività nella difficoltà, non personalismo nella gloria”.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 7 febbraio 2006)  

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“Trionferà Pittsburgh”. Condi non sbaglia

Filed under: american football — filnax @ 4.13 pm

Condi non sbaglia. “Vinceranno i  Pittsburgh Steelers. Mi spiace solo che non ci siano i miei Cleveland Browns”. Il giorno prima di recarsi al Ford Field di Detroit per assistere al quarantesimo Superbowl, Condoleeza Rice non si maschera dietro frasi di circostanza. Il Segretario di stato è un esperto di football americano e qualcuno in passato aveva parlato anche di amori giovanili con giocatori professionisti. La presenza della Rice suggella una finale all’insegna del nero.

In apertura i ricordi struggenti di Rosa Parks, Coretta King e degli alluvionati di New Orleans, poi il tradizionale “The star spangled banner” intonato dall’afroamericana Aretha Franklin. Sul piano sportivo gli Steelers si aggiudicano la partita (21-10) con le giocate di un black poker formato da Willie Parker, Jerome Bettis, Antwaan Randle El e Hines Ward. Il venticinquenne Willie Parker, alla sua seconda stagione a Pittsburgh dopo i campionati universitari con North Carolina, stabilisce il nuovo record di touchdown su corsa, con una volata di 75 yards. Gioca poco, ma è Jerome Bettis a trascinare con il suo carisma la squadra. “The Bus” giunge al capolinea di una lunga carriera da professionista nella sua Detroit con il prestigioso anello da campione del mondo (il titolo della National Football League viene riconosciuto come primato nel globo). Antwaan Randle Al e Hines Ward realizzano l’azione più bella del Superbowl, quella che spezza le gambe a Seattle. Randle Al è un ricevitore eclettico, all’università dell’Indiana giocava quarterback e a Detroit finta una classica corsa da runningback, per tornare sui suoi passi e con un lancio di 43 yards mandare in end zone Hines Ward. E’ la meta del 21 a 10 che chiude i giochi. Ward sale sul trono di miglior attore del Superbowl, con il titolo di mvp (most valuable player).

 Ma ci sono anche due protagonisti bianchi nella finale di Detroit: Ben Roethlisberger e Bill Cowher. Il primo, a soli ventitre anni, è il più giovane quarterback a vincere un Superbowl. Partito incerto, Big Ben inanella una serie di buoni passaggi e realizza una meta con una coraggiosa corsa in mezzo alla difesa avversaria. Sul 14-3, quando può chiudere la partita, si fa però intercettare dalla difesa avversaria e Seattle si rifà pericolosamente sotto: 14-10. Nel finale non sbaglia più. Bill Cowher si scrolla di dosso la nomea di loser. Fino a domenica il capoallenatore di Pittsburgh veniva considerato un buon coach, ma non per le partite cruciali.

Il quarantesimo Superbowl va in archivio come la vittoria di Cenerentola. All’inizio dei play off nessun esperto accredita la vittoria degli Steelers. Neppure Condi. Al termine della regular season gli Steelers acciuffano l’ultimo posto disponibile per proseguire la stagione. Arrivando sesti nel girone della American football conference le partite dei play off – gare secche – le disputano tutte in trasferta. Smentendo i pronostici, Pittsburgh umilia nei quarti di finale i Cincinnati Bengals (31-17), di misura vince sui superfavoriti Indianapolis Colts (21-18) ed infine surclassa i Denver Broncos (34-17) nella finale di conference. Improvvisamente si accende l’interesse dei media e i protagonisti replicano stizziti. Il giovane Ben Roethlisberger ai giornalisti che premono per varcare gli spogliatoi dopo la vittoria sui Colts si rivolge beffardo con “Volete tutti entrare ora? Voi che non credevate in noi, volete entrare ora?” e il linebacker Larry Foote rincara “Questa settimana nelle trasmissioni sportive non si analizzava la nostra squadra. Passavano alle altre, dando per scontato la vittoria di Indianapolis.” Proprio questa partita rappresenta la svolta della stagione. Davide contro Golia. Tutti i commentatori danno Indianapolis come sicura vincitrice del Superbowl e considerano il match con gli Steelers una pura formalità. Durante il campionato Indianapolis è stata un rullo compressore, vincendo a mani basse le prime tredici partite (tra cui un 26-7 contro Pittsburgh) e incappando in due sconfitte solo quando, con la qualificazione ai play off assicurata, schierano una formazione di riserve. Big Ben e The Bus trascinano gli Steelers all’impresa, con una gara magistrale, lasciando ai Colts solo tanti rimpianti.

E i vinti di Detroit? Il cofondatore di Microsoft, Paul Allen dovrà attendere ancora per vedere i suoi Seahawks sul tetto del mondo. Seattle, per la prima volta in finale, non  smentisce il pregiudizio di quanti la considerano città troppo sofisticata e inadatta al football. Il suo spumeggiante gioco offensivo al Ford Field non si è visto, complice una grigia prestazione del quarterback Matt Hasselbeck.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 7 febbraio 2006)

31 gennaio 2006

Il mister viaggiatore /3

Filed under: futbol — filnax @ 3.47 pm

Walter Zenga cresce nella periferia milanese con il mito dell’America. E quando San Siro congeda  l’Uomo Ragno non si fa scappare l’offerta dei New England Revolution di Boston, dove approda nel 1998. Il passaggio dalla porta alla panchina è rapido: giocatore, allenatore-giocatore, allenatore. “Il problema del soccer sono le grandi distanze. Per alleggerire il disagio il calendario prevede delle doppie trasferte. Quando Boston va sulla west coast gioca lì due partite consecutive per evitare un andirivieni sfiancante”. Chiusa l’esperienza a stelle e strisce, Zenga rientra in Europa e trasvola l’Italia per stabilirsi al National Bucarest. Nonostante la finale di Coppa Romania, lascia dopo solo un anno quando Aleandro Dall’Oglio, presidente del Como, gli prospetta la possibilità di sostituire Eugenio Fascetti. Ma la panchina lariana sfuma e Zenga torna a Bucarest, questa volta però dai rivali dello Steaua che guida alla conquista del titolo nazionale. “In Romania c’è grande entusiasmo per il calcio, come in Italia si pubblicano tre quotidiani sportivi e le trasmissioni televisive abbondano”. Attualmente è l’allenatore della Stella Rossa, recentemente eliminato in Coppa Uefa nonostante il sonoro 3 –1 che rifila alla Roma di Luciano Spalletti. “Vivendo a Belgrado è palpabile la voglia della gente di lasciarsi alle spalle il passato di guerre e il riscatto lo si cerca nello sport.” La cultura locale non è tra i principali interessi di Zenga “Non sono qui per fare il turista, e andare in giro per piazze o musei. Abito a cinquanta metri dallo stadio e tutto il mio tempo lo dedico al club. Quando posso staccare torno a Milano o a Bucarest, a casa di mia moglie Raluca”.  Zenga ha un ottimo rapporto con i tifosi locali e, prima della sosta natalizia, ha scritto loro una lettera aperta sul sito internet della società con la chiosa ultrà “Red Star is life, the rest is trifle”.

Giocare a –15° è uno choc per Rino Lavezzini che nel 2004 assume la responsabilità tecnica del FK Sūduva, squadra di Marijampoles, cittadina di quarantamila abitanti a centotrenta chilometri da Vilnius. “A fare da intermediario è Fabrizio De Poli, il mio direttore sportivo ai tempi del Genoa. Per i lituani l’Italia rappresenta un modello di riferimento per il buon gusto, l’arte, lo stile di vita e, ovviamente, per il calcio. La dirigenza del Sūduva vuole a tutti i costi un tecnico italiano”. È un altro football: al campionato locale partecipano solo otto squadre che si affrontano quattro volte a stagione; gli orari delle partite sono sfalsati, così da consentire ai tifosi di assistere a più incontri; il simbolico prezzo del biglietto è di un euro. “Se non hai soldi, comunque entri lo stesso. Basta non insultare gli avversari o l’arbitro. Purtroppo è proprio con me che per la prima volta i tifosi locali vedono un allenatore rivolgersi al direttore di gara in maniera irriguardosa”. Le difficoltà maggiori per Lavezzini sono di ordine tattico, fatica ad esempio a spiegare il concetto di “cambio tattico”. “Per i lituani non è concepibile che una partita la giochi con tre punte e quella dopo con una”. I giocatori più importanti guadagnano millecinquecento euro al mese e appena possono scappano all’estero. “Molti emigrano in Scozia dagli Hearts of Midlothian, la squadra di proprietà di Vladimir Romanov costituita per metà da lituani”. Lavezzini interrompe anticipatamente l’avventura per difficoltà ambientali. “C’è veramente poco da fare lì. Per qualche svago maggiore c’è Vilnius, ma non posso tutti i giorni fare duecentosessanta chilometri di autostrada.” I lituani ci rimangono male e scendono tre volte in Italia per persuaderlo a tornare. “Se fosse una squadra della capitale tornerei, ma laggiù…”

Chi è ancora in trincea è Aldo Dolcetti, ex calciatore cresciuto nella Juventus e attuale responsabile dell’Honved, in Ungheria. “Con orgoglio posso dire di allenare una formazione che viene citata nei libri di storia del calcio. La squadra di Ferenc Puskas. Certo, oggi non è quella di allora”. Dolcetti scambia frequentemente opinioni con Lothar Matthaeus, allenatore della nazionale magiara. L’Honved è una squadra con molti giovani promettenti e l’ex pallone d’oro li segue con attenzione. Il giornale Nemzeti Sport, la locale Gazzetta dello Sport, elogia Dolcetti come esempio di lavoratore sobrio e umile, scrivendo: “voleva rimanere grigio, non ci sembri strano che qui, proprio per questo, si è fatto notare”. Ai giornalisti locali piace il suo basso profilo. Dopo una bella vittoria in campionato risponde all’acclamazione dei tifosi scrivendo loro: “grazie, ma celebrate quelli che fanno i gol”.  I suoi modelli di riferimento sono due ex allenatori dell’Inter più buia, Mircea Lucescu e Corrado Orrico. “Quando giocavo ho avuto la fortuna di essere allenato da loro e, insieme con Bruno Bolchi, sono quelli che mi hanno insegnato il mestiere”. Con i suoi giocatori parla in inglese, la squadra è un melting pot dove si intrecciano le bandiere di Brasile, Mozambico, Mali, Francia e Bosnia.

Gigi Simoni a 67 anni ha smesso di allenare. Ora fa il direttore tecnico della Lucchese, ma non esclude di tornare a seguire le partite dal campo. L’ultima panchina importante su cui si è seduto è quella del Cska Sofia. “A introdurmi è Paolo Giulini, dirigente dell’Inter, che ha dei parenti in Bulgaria”. Simoni arriva a campionato iniziato alla fine del 2001. Conquista due secondi posti, in campionato e nella Coppa Bulgaria. “Probabilmente se avessi vinto lo scudetto sarei rimasto”. A convincerlo a rimpatriare è una disavventura personale “con mio figlio piccolo ammalato io e mia moglie fatichiamo a  trovare un dottore”. Concluso il contratto con il Cska, il telefono di Simoni squilla in continuazione. Dall’altra parte del filo dirigenti di squadre russe, greche e turche provano vanamente a ingaggiarlo. “All’estero potevo andare molti anni prima. Subito dopo l’esonero dall’Inter mi cercò il Benfica. Chiusi l’esperienza a Milano il 30 novembre e a fine dicembre mi cercarono i portoghesi. Ma masticavo ancora amaro per quel licenziamento inaspettato e rifiutai. Poi mi chiamò il Betis Siviglia, dove non andai per la mia franchezza. Dissi al presidente che per competere per lo scudetto servivano un paio d’anni. Lui invece voleva vincere subito e depennò il mio nome.”

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 31 gennaio 2006)

24 gennaio 2006

Il mister viaggiatore /2

Filed under: futbol — filnax @ 3.41 pm

Il globetrotter degli allenatori è Beppe Dossena, in otto anni ha attraversato cinque continenti. “La mia carriera da emigrante inizia in Ghana dove arrivo nel 1998 grazie al mio amico Dario Canovi. L’Africa è un posto che non ti lascia indifferente, a me seduce subito il loro stile di vita, il prendere le cose con la giusta misura senza affanni e stress” . Ad Accra si ferma due anni occupandosi della nazionale maggiore e delle selezioni giovanili. Con l’under 17 e l’under 20 conquista due ambite Coppe d’Africa. Quando stila le convocazioni da diramare inizialmente riceve alcune pressioni politiche, in particolare il più insistente è il ministro dello sport, un generale dell’esercito. Ma Dossena non si fa trovare impreparato “Ministro, quando lei va in guerra, i soldati li sceglie lei? Allora faccia fare lo stesso a me”. Al rientro in Italia Abdul al Sheik, proprietario del club saudita Al Ittihad, lo convince a fare le valigie per Jeddah. “Al contrario del Ghana, mi trasferisco con la famiglia. L’Arabia Saudita non è certo un posto per single. Vivo su un campo da golf, a sessanta chilometri dal Mar Rosso, un posto incantevole.” Inizialmente si occupa di insegnare in un’accademia calcistica poi passa alla prima squadra. Meno di un anno e cambio transoceanico di scenario, in Paraguay accanto a Cesare Maldini. “Un’esperienza di sei mesi dove vivo il momento più intenso della mia carriera da tecnico, i mondiali coreani. Un momento indimenticabile, anche se resto in seconda fila. Il comandante in capo è Maldini”. Grazie all’intermediazione di Igli Tare, attaccante della Lazio, non ha tempo di disfare i bagagli che lo assume la nazionale albanese. “Nonostante il breve periodo di soli quattro mesi è il posto dove mi sento più a mio agio. In Albania non esistono segreti sul calcio italiano”. L’esperienza a Tirana termina con la chiamata di Saadi Gheddafi che lo persuade ad indossare la tuta dell’Al Ittihad (solo omonimia con la squadra di Jeddah). “Vinco il campionato, ma vengo via per difficoltà ambientali. In Libia c’è poco spazio per lo svago”.

Giovanni Campari è un nome che agli sportivi italiani non dice molto. Chi lo ricorda bene invece è Fidel Castro. Dopo una lunga serie di tecnici russi, con qualche parentesi di mister brasiliani, Campari nel ’91 è il primo occidentale a cui Cuba affida la nazionale. “Mi chiamano perché sanno di essere indietro tatticamente e vogliono un italiano per recuperare il gap. I contatti iniziano ai tempi di Italia ’90, quando mi invitano all’Havana per tenere delle lezioni ai loro allenatori. Poi l’anno dopo mi chiedono se voglio diventare il loro commissario tecnico”. Per sfruttare le loro attitudini da ballerini, Campari dirige gli allenamenti a suon di musica. “Danzano splendidamente con un’elasticità muscolare spettacolare. Devo sfruttare questa loro qualità”. Al tecnico romagnolo affidano anche le selezioni giovanili e, dopo la conquista della medaglia di bronzo ai giochi Panamericani con l’under 20, riceve i complimenti direttamente dal Lider Maximo. “Un incontro suggestivo, anche se breve. A Cuba gli sportivi sono persone molto stimate e, sebbene il calcio non sia lo sport più popolare, c’è grande interesse per le nostre partite”. Durante le qualificazioni mondiali il paese caraibico è alle prese con una delle sue periodiche crisi economiche. Il presidente della Fifa Joao Havelange concede all’Havana di continuare la fase eliminatoria giocando solo in trasferta. “Quando giochi fuori casa ti ospita la federazione locale e Cuba, in quel momento, non può permettersi di ospitare delegazioni di trenta persone per una settimana. Così si adotta questo escamotage”. Durante i periodi all’estero nessun tentativo di fuga di giocatori. “Sì, qualcuno mi chiede di portarlo in Italia, ma non gli do peso”. Sull’assenza di libertà e le condizioni di vita preferisce glissare “Ho ancora tanti amici a Cuba e non vorrei dare l’impressione di ingratitudine, certo sono consapevole di esser stato un privilegiato per il tenore di vita durante quei cinque anni”. Chiusa l’esperienza caraibica nel 1999 Campari emigra in Senegal dove allena la nazionale che qualche anno più tardi il francese Bruno Metsu guiderà fino ai quarti di finale ai mondiali coreani.

All’arrivo lo chiamano il Marco Polo del calcio. Giuseppe Materazzi è il primo allenatore italiano a scavalcare la Grande Muraglia. Nel 2003 firma un contratto triennale con il Tianjin Teda, squadra che nel campionato precedente si è salvata all’ultima giornata. “Come in Italia anche in Cina a farla da padrone sono sempre due club, Dalian e Shangai. La dirigenza del Tianjin, formata da funzionari di partito, ambisce a competere con loro in breve tempo e con questo ambizioso progetto mi affidano la squadra”. L’avventura di Materazzi (padre del difensore dell’Inter) termina dopo il primo torneo concluso a metà classifica. Troppi i problemi di comunicazione. “Lavoro con due interpreti, ma non riesco a farmi capire come vorrei. Getto le basi comunque per un futuro migliore, facendo esordire, non senza difficoltà, tanti ventenni. La consuetudine locale vuole che i giocatori siano maturi per la massima serie solo dai 23 anni in poi. Nei due campionati successivi alla mia partenza, con quei ragazzi, il Tianjin conquista un quinto e un terzo posto”. L’allenatore italiano si scontra anche con tradizioni locali extracalcistiche. “La loro dieta è poco equilibrata e si affidano ancora all’agopuntura. In maniera graduale provo a cambiare certe abitudini, ma nel mio staff c’è un medico che rema contro. E sui giocatori il dottore esercita un maggiore influenza”. Terminata l’avventura in estremo oriente, Materazzi riceve offerte da Romania, Russia, Tunisia e Emirati Arabi. Tutte declinate. “A 59 anni sono pronto per nuove esperienze all’estero, ma pretendo di lavorare su un programma serio”.

 

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 24 gennaio 2006)

17 gennaio 2006

Il mister viaggiatore /1

Filed under: futbol — filnax @ 3.20 pm

In principio fu Peppino Meazza. Nel lontano 1947 l’ex bomber della Nazionale campione del mondo nel ’34 e nel ‘38 fu l’apripista degli allenatori d’esportazione. Lasciò l’Italia delle macerie della seconda guerra mondiale per traslocare in Turchia alla guida del Besiktas. Travalicare i confini nazionali oggi non è un’eccezione. Ai casi celebri di Fabio Capello nella Liga spagnola, di Giovanni Trapattoni nella Bundesliga tedesca o di Gianluca Vialli nella Premier League inglese, si aggiungono quelli dei tecnici che hanno deciso di  esplorare football sconosciuti, figli di un dio minore, dove i riflettori dei media rimangono spenti. Proprio sulla panchina di Meazza si accomoda, dal maggio 2000 al marzo 2001, Nevio Scala. “Il Galatasaray e il Fenerbache sono in calo e il Besiktas è la forza emergente, disputiamo una buona stagione portando a casa la Coppa Ataturk e un posto per la Champions League. Rispetto all’Italia incontro però molte differenze, giocatori svogliati e poco inclini ai sacrifici. E poi allenarli nel periodo del Ramadan è impossibile”. L’anno successivo l’ex allenatore del Parma si trasferisce in Ucraina, allo Shakhtar Donetsk di Rinat Akhmetov, uno dei più facoltosi e discussi industriali del paese. “Il presidente mi mette subito a disposizione il suo sterminato parco macchine extralusso. Ringrazio per la generosa offerta, ma rifiuto, a me serve una jeep per andare a caccia. Acquisto una Lada Niva usata e, scegliendo un automobile che in passato rappresentò l’orgoglio nazionale, conquisto subito la simpatia dei tifosi”. Dopo lo splendido debutto, culminato con il primo scudetto nella storia del club, Scala progetta di fermarsi a lungo in Ucraina e studia il cirillico. Ma anche nel calcio ucraino la riconoscenza è merce rara. Dopo una pesante sconfitta in Champions League con il Bruges arriva il licenziamento. “Credo che Akhmetov se ne sia pentito. Ci sentiamo spesso e se volesse riprendermi tornerei immediatamente”. Nel 2003 Scala rimane a respirare i rigidi climi dell’est, approdando allo Spartak Mosca. “Un periodo di grande tensione politica. Per soli quaranta minuti scampo ad un attentato terroristico alla metropolitana.” Ottiene l’acquisto del difensore Nemanja Vidic (recentemente strappato dal Machester United alla Fiorentina) e cerca vanamente di persuadere Damiano Tommasi (“gli chiesi di venire a fare il capitano, una settimana prima del suo gravissimo infortunio”) a seguirlo nell’avventura. Incassato il rifiuto del centrocampista della Roma, disegna la squadra su Igor Titov, il Totti locale, ma all’inizio della stagione la stella russa viene squalificata per doping. Il cambio al vertice societario, con l’arrivo della Lukoil, lo riporta in Italia. Attualmente Nevio Scala, dopo aver declinato una panchina scozzese, valuta le offerte che arrivano da tutto il mondo, Emirati Arabi in particolare.

Dopo le esaltanti vittorie con l’Under 21 italiana e le cocenti delusioni su panchine di club (Inter e Bari), Marco Tardelli cerca il riscatto in Africa. Nel 2004 fa la spola con il Cairo per otto mesi. “In Egitto ci sono due autorità, il presidente della federazione e il consigliere finanziatore. A decidere il mio ingaggio è quest’ultimo”. Un’esperienza conclusasi anticipatamente per questioni politiche. Nonostante fosse previsto dal contratto, si scatenano innumerevoli polemiche sui dodici giorni al mese che Tardelli trascorre in Italia. Durante la sua gestione l’Egitto ottiene discreti risultati, battendo anche il Camerun. Le partire in casa registrano il tutto esaurito con centotrentamila spettatori. Niente da fare invece per la qualificazione al Mondiale, il girone è troppo duro. “In Egitto ci sono grandi potenzialità, per emergere devono però cambiare mentalità. Sono impulsivi, se dopo dieci minuti un giocatore non faceva una buona azione, mi chiedevano di sostituirlo. Purtroppo manca una seria programmazione. Il mio interlocutore cambiava in continuazione, in sei mesi si sono avvicendati tre ministri dello sport”.

Romano Mattè in estate si occupa dei disoccupati del calcio italiano. Ai giocatori senza squadra regala aneddoti sulle sue esperienze all’estero. “Nel 1990, per un accordo tra Paolo Mantovani e Nirwan Barie, presidente della federcalcio indonesiana, alleno una selezione dei migliori giovani del paese asiatico trasferitasi in Liguria, a Sestri Levante. Eccezionalmente ci concedono di partecipare al campionato italiano Primavera fuori classifica.” I talenti in erba per non interrompere gli studi, hanno al seguito dei docenti indonesiani. Nel ‘92 il passaggio di Mattè alla nazionale maggiore e il trasloco a Savannah. “Sempre in viaggio per le diecimila isole del paese ad osservare partite, dall’arcipelago delle Molucche alla Nuova Guinea. Instauro un rapporto di stima con i tifosi, che apprezzano uno straniero non supponente che impara in breve tempo la loro lingua e studia le tradizioni locali. Otteniamo anche buoni risultati come le semifinale ai Campionati d’Asia battendo India e Malesia”. Sono gli anni del regime di Suharto (“una dittatura blanda”) e nel paese non c’è traccia di integralismo islamico. “Prima della partita preghiamo insieme, ognuno secondo la propria fede”.  Per motivi familiari il tecnico italiano lascia l’Indonesia nel ’96. “Dopo una sconfitta per 3-0 dallo Zimbabwe mi chiedono di tornare, ma dopo la morte di mia moglie, devo occuparmi di mio figlio”. Per lo stesso motivo Mattè rifiuta la panchina della nazionale giapponese ed è entra nei ranghi della Juventus come osservatore. I bagagli li prepara quattro anni più tardi, nel 2000: destinazione: Mali. “Partiamo forte. Vinciamo il torneo Città di Parigi e battiamo anche le Balck Stars, la squadra formata dai giocatori africani del campionato francese”. A Bamako accorrono in ottantacinquemila per i match casalinghi e l’entusiasmo aumenta dopo le vittorie su Marocco e Sudafrica. L’italiano che vince però non piace ai francesi, che esercitano grande influenza sulle scelte del paese africano. “Sulla scaletta dell’aereo che mi riporta in Italia, con le lacrime agli occhi un generale mi confida: mi vergogno, ma siamo poveri e dobbiamo sottostare alla scelta di Parigi”. In aeroporto lo salutano con gli onori militari.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 17 gennaio 2006)

20 dicembre 2005

Chi ha ucciso il tennis e come può essere resuscitata la racchetta

Filed under: tennis — filnax @ 5.37 pm

Da dieci anni il tennis non lo si guarda più. Ignorato da tv e giornali. Se interrogati i bambini delle elementari snocciolano in apnea i protagonisti di tutte le arene sportive: dal calcio al basket, dalla formula 1 al motociclismo, dal volley al vituperato wrestiling. Ma del tennis nemmeno a parlarne. Sport démodé incapace di scaldare emozioni ed emulazioni.

Tre i motivi che hanno portato alla crisi depressiva:

 1. Mancanza di personaggi. Fino agli anni Ottanta sui campi in terra battuta del Roland Garros o sull’erba di Wimbledon si alternavano protagonisti straordinari, campioni in volée e personalità. Con telespettatori inchiodati alla tv, non solo per godere di scambi spettacolari, ma per contare le racchette spaccate da John McEnroe, per sorridere della camminata da bullo yankee di Jimbo Connors o dell’istrionismo gaudente di Yannick Noah. Persino Ivan Lendl con il suo fare freddo e robotico, ti ipnotizzava alla poltrona ad attendere un passante sbagliato. Oggi i campi centrali di Londra e Parigi sono frequentati da indubbi campioni, ma anonimi attori. Un giudizio tagliente non solo degli appassionati, ma anche delle grandi aziende di articoli sportivi. Le strategie di marketing della Nike o dell’Adidas non prevedono tennisti come testimonial. Non si vedono cartelloni pubblicitari o spot in tv con lo svizzero Roger Federer o lo spagnolo Rafael Nadal, rispettivamente numero uno e due della classifica mondiale Atp. L’unico giocatore conosciuto a chi non è un fanatico della racchetta è il trentacinquenne Andrè Agassi, che ormai volge lo sguardo al fatidico chiodo.

“Quand’è stata l’ultima volta che il tennis ha aperto il notiziario sportivo della sera?”, si chiedeva provocatoriamente già nel 1994 Sports Illustrated. Su Repubblica una settimana fa il tennis ha strappato una delle pagine di sport generalmente dedicate al calcio. Motivo? la malinconica rentrée di John McEnroe in un torneo di doppio. Per una finale di Australian Open lo spazio sarebbe stato decisamente minore.

 2. Regole antiquate. Tutti gli sport negli ultimi anni sono stati rivoluzionati. Un maquillage necessario per sedurre la tv. In Formula 1 si fatica a seguire i continui stravolgimenti al regolamento sugli pneumatici o le qualifiche, nel calcio cambiano le norme sul fuorigioco, l’espulsione per il fallo da ultimo uomo, i tre punti per la vittoria, il volley ha detto addio ai noiosi cambipalla e vive esclusivamente del più emozionante tie break. Tutto all’insegna dello spettacolo. Il tennis no. Un rito immutabile. Stesse regole di un secolo fa quando si confrontavano giocatori con pantaloni lunghi e berretto in testa. C’è chi ha fatto, vanamente, notare come il tempo effettivo di un incontro sia di soli 9 minuti ogni ora sulla terra battuta e di appena 4 sull’erba. Il resto è un mix di palleggi con le palline o pizzicate alle corde della racchetta. Difficile immaginare uno sport dai tempi più antitelevisivi.

L’importanza del servizio nel tennis di oggi è straripante, con aces che viaggiano fino a 250 chilometri orari lasciando all’avversario 5 decimi di secondo per l’improbabile risposta. Puoi essere un genio a dipingere smorzate e ricamare lob, ma se hai una battuta fiacca non vai da nessuna parte. Se giocasse ancora, lo slovacco Miloslav Mecir neppure si sognerebbe di approdare ad una finale degli US Open (1989).

3. Tecnologia. Le racchette oggi vengono realizzate per sparare colpi a velocità sempre più forti. Da quando  sono andate in pensione quelle di legno il gioco si è ormai appiattito sui picchiatori. Campioni dotati di colpi violenti e capaci di grandi accelerazioni. Poco fioretto e molta sciabola. Non sarà un caso che l’ultimo tennista di primo piano che usava le racchette di legno era lo svedese Bjorn Borg, che, pur non essendo un interprete del serve and volley, ha dominato per cinque anni Wimbledon, perdendo la sesta finale in un match tiratissimo in quattro set (di cui due al tie break) con l’astro nascente McEnroe.

 Soluzioni. “La soluzione può essere politica o tecnologica – afferma Roberto Lombardi, uno dei massimi dirigenti della Federtennis. – Politica cambiando qualche regola di gioco; tecnologica intervenendo sui parametri di palline e racchette.” Molte sono le proposte che in questi anni sono state avanzate da tecnici e appassionati. Quelle politiche, che hanno l’obiettivo dichiarato di rendere più difficile la vita a chi vive solo di aces e servizi vincenti, sono tre. Alzare la rete. Dagli albori del gioco, l’altezza media dei giocatori è cresciuta notevolmente, quella della rete no. Abolire la seconda palla di servizio. Il giocatore tenderebbe a prendere meno rischi alla battuta e renderebbe il gioco meno frazionato. Non saltare in battuta. Tenere almeno un piede a contatto con il terreno per un servizio meno esplosivo.

Le soluzioni di tipo tecnologico sono altre tre. Palline più grandi e leggere. Qualche anno addietro il governo del tennis svegliandosi dal suo torpore aveva proposto di adottare delle palline più grandi del 20 per cento e più leggere del 10. La proposta si è però scontrato con il conservatorismo dei giocatori e alla fine si è incrementato il diametro solamente di un 6 per cento. Si può fare di più. Racchette più corte. Più è lunga la racchetta e maggiore è la leva. Riducendone la lunghezza si limiterebbe la potenza dei colpi. Recentemente è stato deciso perlomeno una lunghezza massima, per stoppare i racchettoni sempre più grandi di Michael Chang. Racchette di legno. Nel baseball quando si sono accorti che le mazze di ferro stravolgevano il gioco, le hanno abolite per ripristinare quelle di legno. Sarebbe la soluzione più razionale anche per il tennis, ma il treno è passato. Era una decisione da prendere venti anni fa, ormai sono in ballo investimenti cospicui da parte di aziende leader nel settore.

“A volte bastano anche piccoli accorgimenti – prosegue Lombardi. – A Wimbledon ad esempio i campi venivano coltivati per un 40 per cento a segale. Da quest’anno invece si è scelto di arrivare al 100 per cento. I campi sono così più duri, impercettibilmente per chi ci cammina ma non per la pallina che ha un rimbalzo meno fuggente. E si sono visti finalmente scambi più duraturi”

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 20 dicembre 2005)

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