ritagli di sport

20 dicembre 2005

Chi ha ucciso il tennis e come può essere resuscitata la racchetta

Filed under: tennis — filnax @ 5.37 pm

Da dieci anni il tennis non lo si guarda più. Ignorato da tv e giornali. Se interrogati i bambini delle elementari snocciolano in apnea i protagonisti di tutte le arene sportive: dal calcio al basket, dalla formula 1 al motociclismo, dal volley al vituperato wrestiling. Ma del tennis nemmeno a parlarne. Sport démodé incapace di scaldare emozioni ed emulazioni.

Tre i motivi che hanno portato alla crisi depressiva:

 1. Mancanza di personaggi. Fino agli anni Ottanta sui campi in terra battuta del Roland Garros o sull’erba di Wimbledon si alternavano protagonisti straordinari, campioni in volée e personalità. Con telespettatori inchiodati alla tv, non solo per godere di scambi spettacolari, ma per contare le racchette spaccate da John McEnroe, per sorridere della camminata da bullo yankee di Jimbo Connors o dell’istrionismo gaudente di Yannick Noah. Persino Ivan Lendl con il suo fare freddo e robotico, ti ipnotizzava alla poltrona ad attendere un passante sbagliato. Oggi i campi centrali di Londra e Parigi sono frequentati da indubbi campioni, ma anonimi attori. Un giudizio tagliente non solo degli appassionati, ma anche delle grandi aziende di articoli sportivi. Le strategie di marketing della Nike o dell’Adidas non prevedono tennisti come testimonial. Non si vedono cartelloni pubblicitari o spot in tv con lo svizzero Roger Federer o lo spagnolo Rafael Nadal, rispettivamente numero uno e due della classifica mondiale Atp. L’unico giocatore conosciuto a chi non è un fanatico della racchetta è il trentacinquenne Andrè Agassi, che ormai volge lo sguardo al fatidico chiodo.

“Quand’è stata l’ultima volta che il tennis ha aperto il notiziario sportivo della sera?”, si chiedeva provocatoriamente già nel 1994 Sports Illustrated. Su Repubblica una settimana fa il tennis ha strappato una delle pagine di sport generalmente dedicate al calcio. Motivo? la malinconica rentrée di John McEnroe in un torneo di doppio. Per una finale di Australian Open lo spazio sarebbe stato decisamente minore.

 2. Regole antiquate. Tutti gli sport negli ultimi anni sono stati rivoluzionati. Un maquillage necessario per sedurre la tv. In Formula 1 si fatica a seguire i continui stravolgimenti al regolamento sugli pneumatici o le qualifiche, nel calcio cambiano le norme sul fuorigioco, l’espulsione per il fallo da ultimo uomo, i tre punti per la vittoria, il volley ha detto addio ai noiosi cambipalla e vive esclusivamente del più emozionante tie break. Tutto all’insegna dello spettacolo. Il tennis no. Un rito immutabile. Stesse regole di un secolo fa quando si confrontavano giocatori con pantaloni lunghi e berretto in testa. C’è chi ha fatto, vanamente, notare come il tempo effettivo di un incontro sia di soli 9 minuti ogni ora sulla terra battuta e di appena 4 sull’erba. Il resto è un mix di palleggi con le palline o pizzicate alle corde della racchetta. Difficile immaginare uno sport dai tempi più antitelevisivi.

L’importanza del servizio nel tennis di oggi è straripante, con aces che viaggiano fino a 250 chilometri orari lasciando all’avversario 5 decimi di secondo per l’improbabile risposta. Puoi essere un genio a dipingere smorzate e ricamare lob, ma se hai una battuta fiacca non vai da nessuna parte. Se giocasse ancora, lo slovacco Miloslav Mecir neppure si sognerebbe di approdare ad una finale degli US Open (1989).

3. Tecnologia. Le racchette oggi vengono realizzate per sparare colpi a velocità sempre più forti. Da quando  sono andate in pensione quelle di legno il gioco si è ormai appiattito sui picchiatori. Campioni dotati di colpi violenti e capaci di grandi accelerazioni. Poco fioretto e molta sciabola. Non sarà un caso che l’ultimo tennista di primo piano che usava le racchette di legno era lo svedese Bjorn Borg, che, pur non essendo un interprete del serve and volley, ha dominato per cinque anni Wimbledon, perdendo la sesta finale in un match tiratissimo in quattro set (di cui due al tie break) con l’astro nascente McEnroe.

 Soluzioni. “La soluzione può essere politica o tecnologica – afferma Roberto Lombardi, uno dei massimi dirigenti della Federtennis. – Politica cambiando qualche regola di gioco; tecnologica intervenendo sui parametri di palline e racchette.” Molte sono le proposte che in questi anni sono state avanzate da tecnici e appassionati. Quelle politiche, che hanno l’obiettivo dichiarato di rendere più difficile la vita a chi vive solo di aces e servizi vincenti, sono tre. Alzare la rete. Dagli albori del gioco, l’altezza media dei giocatori è cresciuta notevolmente, quella della rete no. Abolire la seconda palla di servizio. Il giocatore tenderebbe a prendere meno rischi alla battuta e renderebbe il gioco meno frazionato. Non saltare in battuta. Tenere almeno un piede a contatto con il terreno per un servizio meno esplosivo.

Le soluzioni di tipo tecnologico sono altre tre. Palline più grandi e leggere. Qualche anno addietro il governo del tennis svegliandosi dal suo torpore aveva proposto di adottare delle palline più grandi del 20 per cento e più leggere del 10. La proposta si è però scontrato con il conservatorismo dei giocatori e alla fine si è incrementato il diametro solamente di un 6 per cento. Si può fare di più. Racchette più corte. Più è lunga la racchetta e maggiore è la leva. Riducendone la lunghezza si limiterebbe la potenza dei colpi. Recentemente è stato deciso perlomeno una lunghezza massima, per stoppare i racchettoni sempre più grandi di Michael Chang. Racchette di legno. Nel baseball quando si sono accorti che le mazze di ferro stravolgevano il gioco, le hanno abolite per ripristinare quelle di legno. Sarebbe la soluzione più razionale anche per il tennis, ma il treno è passato. Era una decisione da prendere venti anni fa, ormai sono in ballo investimenti cospicui da parte di aziende leader nel settore.

“A volte bastano anche piccoli accorgimenti – prosegue Lombardi. – A Wimbledon ad esempio i campi venivano coltivati per un 40 per cento a segale. Da quest’anno invece si è scelto di arrivare al 100 per cento. I campi sono così più duri, impercettibilmente per chi ci cammina ma non per la pallina che ha un rimbalzo meno fuggente. E si sono visti finalmente scambi più duraturi”

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 20 dicembre 2005)

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