ritagli di sport

24 giugno 2006

Platone e la legge del pallone

Filed under: futbol — filnax @ 10.25 am

Si può insegnare calcio leggendo Nietzsche, Marcuse, Hegel, Stirner e Wittgenstein? Diego Pesaola, figlio di Bruno, in arte Zap Mangusta, ci prova con il suo trattato filosofico-calcistico “Platone e la legge del pallone” (Rizzoli).

Il libro si snoda su sedici lezioni tecniche per l’apprendista calciatore ognuno dei quali ha un filosofo di riferimento. Il colpo d’interno lo si apprende da Aristotele perché da stabilità ed equilibrio (“La bontà dei comportamenti deriva dal praticare le cose giuste, tenendo lontani gli eccessi”). Va studiato da chi intende giocare in mezzo al campo, da centrale o rifinitore. Consigliato ai fan di Frank Zappa, Paul Klee e Kurt Vonnegut e chi ai reality show predilige Jay Leno e David Letterman. Il colpo d’esterno è riservato agli esteti, agli argentini vegetariani, agli studiosi di Montaigne amanti di Cary Grant e Hugh Grant. Da evitare per i tipi un po’ rozzi in stile security e spettatori di Boldi e De Sica. “Io contraddico, come non è mai stato contraddetto” è il motto di Nietzsche riservato ai centravanti che insaccano di testa. Per quei tipi alla Zamorano, Riva e Bierhoff. Ruolo raccomandato ai Gurka e agli All Blacks, a Bossi e Di Pietro, a Mickey Rourke e Sean Penn, a Danton e Robespierre. Roba per stomaci forti, i tiepidi che si rassicurano alla vista di Vespa, Alberoni e Tamaro, della dottoressa D’Urso, del nonno Banfi e del maresciallo Proietti ne stiano alla larga. Gi irregolari che non resistono alla finta e al dribbling non possono non rifarsi alla libertà dell’egoista di Max Stirner, “la sola che nell’oceano della vita naviga sempre a gonfie vele”.  Bene accetti qui gli inventori della chiocciola di Internet e dei pop corn, chi ha nel cuore gli sciatori Thoeni, Tomba e Rocca, ma anche Tom Waits, Cassius Clay e Pinocchio. Non adatto a chi di fegato conosce solo quello d’oca. Se invece amate il gioco d’anticipo alla John McEnroe, limate il vostro passaggio filtrante sui libri di Democrito e il suo “non essere è”.

L’arte dell’assist è riservata a chi sa scrutare l’orizzonte, a chi anticipa e velocizza i tempi della storia come Ronald Reagan, Henry Ford, Pier Paolo Pasolini, Indro Montanelli, a chi innova come Elvis Presley, Woody Allen, Nijinsky e Karl Kraus.

Alle lezioni tecniche, Zap Mangusta – laureato in filosofia e diplomato all’Actor’s Studio – fa seguire quelle tattiche, con la definizione dei ruoli e relativi numeri. Si parte dall’1, ovviamente, con la spiegazione di ciò che significa nella kabbalah, nei numeri cinesi e nelle rune. Più prosaicamente si profila anche l’interprete di riferimento, Dino Zoff. Il portiere poi deve sapere citare Rilke e le barzellette di Totti. Si conclude con l’ala sinistra, il vecchio numero 11. Una zona di campo insidiosa, come già prefigurava Omero: “Attenti ai voli d’uccelli che provengono da sinistra”.

Il trattato termina con una catalogazione delle squadre. In quelle di temperamento come Livorno, Chievo, Liverpool, Werder Brema, Deportivo la Coruna e Auxerre, avrebbero trovato posto Giovanna d’Arco e i quattro moschettieri di Dumas. Le formazioni seducenti come Milan, Barcellona, Manchester United e Paris Saint-Germain si rifanno all’”esuberanza è bellezza” di William Blake e sarebbero piaciute a Mozart e Nureyev. Quelle organizzate amano Schopenauer e il suo volere soprattutto volere, ed hanno i colori di Juventus, Chelsea, Bayern Monaco e Lione. L’Inter invece, con Real Madrid, Arsenal e Borussia Dortmund, va inquadrata tra quelle squadre che inseguono il nobile ideale, l’impresa cavalleresca, la purezza al dispetto di tattica e tatticismi. Qui si scende in campo in compagnia di Parsifal, Cyrano, Don Chisciotte e il detective Philip Marlowe.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 24 giugno 2006)

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Football Heroes

Filed under: futbol — filnax @ 10.21 am

Un album dei Mondiali divertente e originale. Football Heroes è un progetto di due giovani illustratori svizzeri che hanno voluto raccontare in modo insolito la storia dei campionati del  mondo di calcio. Il libro di 160 pagine si può acquistare su Internet (www.footballheroes.org) e comprende i disegni delle trentadue formazioni partecipanti a Germania 2006, più tutti le vincitrici delle passate edizioni e alcuni team che si sono messi in mostra pur non aggiudicandosi il torneo. Un totale di sessanta squadre.

 “Al progetto, no profit, hanno partecipato cinquanta illustratori di diciassette nazionalità diversa”, spiegano i due promotori, Ashi e Jervoskaja. Ogni artista ha disegnato una o più nazionali con stili molto particolari. L’americano Toki Doki ha rappresentato l’Italia ’82 come fumetti ironici, dove spicca l’enorme chioma riccia dello stopper Fulvio Collovati. La squadra di Lippi è stata tratteggiata dal romano Lorenzo Ceccotti, in chiave più grottesca, con un Fabio Cannavaro dal collo taurino da far impallidire Mike Tyson. L’inglese Beach la nazionale azzurra campione del ’34 l’ha immaginata come una squadra di antichi gladiatori romani con Giuseppe Meazza e Angelo Schiavio con lame sguainate e il ct Vittorio Pozzo novello Giulio Cesare. Tutt’altro stile per la nazionale di quattro anni dopo, con calciatori raffigurati da Märt Infanger come tanti zombie con occhi cerchiati e volti blu. Irriconoscibile il Brasile campione del 2002 con delle caricature molto colorate di Marcos Guilherme. Per non parlare di Argentina 2006, dove Riquelme e compagni sono interpretati come fumetti giapponesi dal connazionale Stupid Love che curiosamente ha escluso la stella Tevez. François Chalet non ha risparmiato icone del calcio francese (annata 1982), con un Michel Platini dalle orecchie giganti alla Dumbo e un Alain Giresse fuoriquadro per la bassa statura. Soldatini legnosi i tedeschi di Frank Beckenbauer, irridati nei Mondiali disputati in casa nel ’74. C’è anche un omaggio alla splendida Olanda campione d’Europa dell’88. I profili di Marco Van Basten, Ruud Gullit, Frank Rijkaard, Ronald Koeman sono delle macchie d’inchiostro su tavole arancioni.

“Per noi è una sorta di campionato del mondo di illustratori. Ognuno di noi vuole vincere la competizione del disegno più bello” confessa il ventiquattrenne Achilles Greminger, in arte Ashi. “Mediamente – aggiunge Kai Jerzö, 35 anni, nome d’arte Jervoskaja – ogni illustratore ha impiegato dalle quaranta alle cento ore per completare una formazione composta da dodici ritratti, undici calciatori più l’allenatore. Un lavoro molto intenso che è stato possibile grazie all’entusiasmo di tutti i partecipanti. Un progetto che avevo iniziato nel 1998 e che è stato possibile realizzare grazie all’apporto di Ashi e a tutti gli altri illustratori in giro per il mondo che hanno aderito con grande entusiasmo. E dire che c’è qualcuno che non sapeva neanche dell’esistenza dei Mondiali”.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 24 giugno 2006)

Futbol bailado

Filed under: futbol — filnax @ 10.18 am

In calzoni corti Bernardo Bertolucci e Pier Paolo Pasolini. È il 1975 e a Cittadella, vicino Parma, si sfidano le troupe dei due amici. Entrambi stanno girando in Emilia due film sul fascismo. A Mantova Pasolini è impegnato con le riprese di “Salò o le centoventi giornate di Sodoma” scritto con Pupi Avati e Sergio Citti, a pochi chilometri di distanza si lavora all’ambizioso “Novecento” con Gerard Depardieu, Robert De Niro e la pasoliniana Laura Betti. Il compleanno di Bertolucci è l’occasione per organizzare una sfida calcistica dove si rincorrono attori e tecnici delle due troupe. Pasolini suda e corre, Bertolucci si sbraccia dalla panchina nell’inedito ruolo di allenatore. A cambiare il risultato della partita l’ingresso nel secondo tempo di Francesco Ferrari, talento imberbe. La sua danza, il fùtbol bailado, strega Pasolini e lo persuade a stillare una goccia di speranza nel finale del film. Sugli spalti ad assistere all’insolito match gli altri due protagonisti: Alberto, un bambino che aspetta il ritorno del padre, e Vincenzo, un terrorista nero.

Futbol bailado (Sironi editore) è il secondo romanzo di Alberto Garlini, trentasettenne parmense emigrato in Friuli, che così descrive il suo libro. “Una storia di una purezza dimenticata, tradita. E di un poeta e di un’epoca che la incarnano: Pasolini, gli anni settanta. La purezza che ho raccontato per tante pagine è quella delle prime partite di calcio, quando si era bambini e i pomeriggi duravano per sempre. Quando i tramonti erano del colore del sangue, e giocando ci si sentiva in armonia col cosmo. Le porte erano due giacconi buttati per terra, tre calci d’angolo erano un rigore, tre falli di mano un gol. Non c’erano regole precise. Per la prima e unica volta, prima delle regole, prima dei soldi, prima dei si deve, prima della furbizia assassina, l’innocenza. Per la prima e l’unica volta uno spazio anarchico pienamente realizzato.”

Nella trama si intersecano momenti diversi della storia reale, con continui salti temporali. L’omicidio di Pasolini ad Ostia e quello del fratello partigiano a Porzûs, lo scandalo del calcioscommesse degli anni Ottanta, la vittoria ai Mondiali di Spagna ’82 e la strage dell’Heysel. Si affaccia anche San Francesco, a cui si ispira la vita del protagonista. Troppo distante dal laido del calcio. A soli vent’anni Francesco Ferrari smette di giocare. Una condizione fisica zoppicante e la nausea per un sistema marcio lo portano ad uscire subito dal gioco. Scelta che non rimpiangerà poco tempo dopo quando subirà l’umiliazione di vedersi chiamare in correità per scommesse proibite da un ex compagno di squadra del Perugia.

No, non è più tempo di danzare, di futbol bailado che il protagonista rappresenta come “una specie di fiume che non si può arginare: gli uomini possono stringere gli argini, possono togliere la ghiaia e pensare di farla franca, ma il fiume prima o poi la fa pagare: alla prima pioggia insistente, traborda, sconfina, inonda, contagia. No, io non sono una pioggia, forse solo una pioggerella o addirittura una nebbiolina, ma spero che ci sia un uragano, forse dopo, forse quando non so….”

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 24 giugno 2006)

Birmania Football Club

Filed under: futbol — filnax @ 10.15 am

Il calcio evocato nel titolo fa da sfondo. Birmania Football Club (Instar libri) non è un testo sullo sport più popolare a Myanmar. Il libro di Andrew Marshall è un intenso reportage sulla Birmania, prendendo spunto dai diari di sir J. George Scott. Fu questo avventuriero vittoriano, inviato in oriente dalla Corona a tracciare la mappa dei disordinati confini di questo “nulla geografico”, ad introdurre il gioco del calcio nel paese. Uno sport che sedusse subito i birmani, gente violenta che – secondo Scott – vedeva nel pallone di cuoio l’evocazione di una battaglia. Epiche le sfide tra gli indigeni e i coloniali, con gli allievi che vogliono superare a tutti i costi i maestri anche ricorrendo a piccoli trucchi, come la preparazione di pasti corretti, per scatenare attacchi di dissenteria nei sudditi di Sua Maestà.

Marshall, giornalista freelance di trentotto anni, vive a Bangkok. Per la realizzazione del libro si è recato sette volte in Birmania, fingendosi turista. Tutti viaggi dove, come scrive nella prefazione, “sono stato fotografato, filmato, ostacolato, inseguito e chiamato traditore dagli agenti della direzione dei servizi segreti della difesa. Bene, signori, avevate ragione: ero uno scrittore camuffato da turista”. L’autore ripercorre gli itinerari descritti nei diari da Scott, dal dilapidato splendore coloniale di Rangoon alla città reale di Mandalay. Certo non si è imbattuto in quella tribù di wa che il vittoriano descrisse come “una razza straordinariamente cortese, industriosa e degna di stima, peccato che abbia la mania di mozzare la testa agli sconosciuti, e che di norma trascurino di lavarsi”.

La Birmania di oggi ha ormai poco dell’ex colonia. I luoghi di raduno delle tribù narrate da Scott sono state saccheggiate dall’esercito birmano. Dal 1962 a governare il paese è una dittatura militare finanziata dall’ingente traffico di droga (tra i principali fornitori dell’eroina venduta nelle strade degli Stati Uniti). La presa del potere è stata caratterizzata dai classici rituali di rifiuto totale di tutto ciò che potesse evocare il passato coloniale del “popolo con i pantaloni”. Xenofobia, libri stranieri censurati, missionari espulsi. La leader del movimento democratico, Aung San Suu Kyi ha provato a guidare una rivolta democratica, definita una “seconda lotta per l’indipendenza”. Una battaglia che le è valsa la vittoria alle elezioni del 1990, a cui però non sono seguite responsabilità di governo bensì gli arresti domiciliari. Una persecuzione che le è valsa anche il premio Nobel per la pace. Superata la naturale diffidenza e scrostata l’iniziale entusiastica adesione al regime, Marshall descrive nel libro anche “un popolo colto, profondamente originale e giustamente orgoglioso delle sue vivaci tradizioni”.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 24 giugno 2006)

Volevamo essere i Tupamoros

Filed under: futbol — filnax @ 10.12 am

Trentacinque anni srotolati su un campetto di calcio. In mezzo, tra un dribbling acerbo e un sospiro in panchina, alcuni snodi della vita pubblica. Neil Armstrong con il suo piccolo passo sulla Luna e il gigantesco balzo dell’umanità insieme con il rapimento di Moro; i vittorioso mondiali di Spagna ’82 seguiti dalla guerra in Iraq e il rapimento di Giuliana Sgrena. “Volevamo essere i Tupamors” è il secondo romanzo di Paolo Patui. “Un libro che sarebbe piaciuto a Pier Paolo Pasolini” l’ha definito Gianni Mura, principe dei giornalisti sportivi. I guerriglieri dell’America Latina in realtà c’entrano poco con questo libro. Nel primo racconto Tupamoros è il nome, un po’ casuale, scelto da una combriccola di ragazzini per ribattezzare la loro squadra nel torneo interno ad una colonia diocesana. Un nome non gradito ai vertici della parrocchia, che osteggiano la squadra a colpi di ingiustizie arbitrali. Extra torneo la spiaggia di Lignano Sabbiadoro si trasforma in un’arena per una sfida all’ultimo gol contro una comitiva di coetanei tedeschi. “Forse non si tratta di cinque racconti, ma di un romanzo in cinque puntate”, scrive Patui, insegnante e collaboratore Rai, che rivendica il suo ruolo di scrittore con più ginocchia sbucciate che calli sulle mani. “Pochi scrittori italiani scrivono di calcio perché pochi lo hanno giocato da piccoli, evidentemente”, ha affermato orgoglioso in un’intervista al Friuli. “Pasolini giocava e ne ha scritto. Per altri scrittori alla Baricco, il calcio è diventato anche strumento promozionale, una bella vetrina in cui si inventano partite tra artisti, tra scrittori di destra e di sinistra”. Ha proseguito senza remore di una reprimenda dello scrittore torinese, che poco ama riferimenti tranchant.La prefazione la firma Serse Cosmi, che all’uscita del libro sedeva ancora sulla panchina dell’Udinese. Il tecnico con il cappello nel suo preambolo rivendica, a nome delle migliaia di ragazzini che hanno giocato su campi spelacchiati, l’invenzione del golden gol. “Se faceva buio, se la luce dell’estate stava per finire, se tua madre ti chiamava urlando mentre la partita era ancora in pareggio, c’era sempre chi gridava «chi segna vince». Non era un golden gol quello?”

Patui scrive dal punto di vista della provincia, in questo caso friulana, dove si gioca a pallone e non a calcio, dove si guarda il mondo con distacco, mischiando ingenuità e disincanto. La formazione del protagonista dei cinque racconti è scandita da momenti dell’attualità guardati sempre da un campo di gioco, con poca erba e molta terra. Il golpe in Cile fa da sfondo ad alcune sfide calcistiche (Chiquito dieci e lode). Gli anni di piombo, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, sono raccontati nel dissidio di una scelta: partecipare alle manifestazioni studentesche, organizzate da una avvenente coetanea, o scendere in campo con gli amici di sempre nel torneo delle scuole? (Abitualmente non vestiamo Marzotto). Gli azzurri di Bearzot e l’apoteosi del Bernabeu dei mondiali di España 82 ignorati per il vano inseguimento ad una sottana in un rifugio di montagna, in mezzo a tedeschi infuriati per la sconfitta (Non sapevo che Tardelli avesse urlato). Infine, il calcio visto dalla panchina dell’ex ribelle e le battute sull’Iraq scambiate sotto la neve con calciatori in erba (Sotto semafora).

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 24 giugno 2006)

17 maggio 2006

Le partite degli onesti

Filed under: futbol — filnax @ 11.07 am

Diego Della Valle non ci sta. A reti unificate (Controcampo, Matrix, Porta a Porta) parte al contrattacco. Sono la vittima non uno dei carnefici. Alla pubblica opinione DDV dichiara di avere appreso dell’inchiesta sul calcio al rientro da un viaggio. “Alla magistratura chiedo di essere veloce”. Non c’è spiffero di procura che possa scompigliargli la fluente capigliatura e non sarà il fango di un parvenu come Lotito ad infangare le sue Tod’s. “Queste cose io non le faccio e poi non le farei con uno come il presidente della Lazio”, ha dichiarato un po’ schifato ospite dell’amico Enrico Mentana. Che diamine, possibile che i magistrati non si avvedano della differenza di status? Insomma lui l’ha proposta da bandito a Lotito non l’ha fatta, né ha ricevuto un sonoro vaff….. in risposta. Che squallore, per DDV è tempo di rimboccarsi le maniche e mettere intorno ad un tavolo, noi persone fini, con gli Agnelli, Berlusconi e Moratti. Lotito si accomodi fuori, tutt’al più può occuparsi di Chinaglia e degli irriducibili della curva.

Va riconosciuto a Diego Della Valle di non essere uno che batte in ritirata alla prima schioppettata. Non arretra, anzi, persevera ad alzare la bandiera della  moralizzazione. Sì, certo, c’è qualche suo colonnello, come l’amministratore delegato Sandro Mencucci che ha sbandato. Conversando con uno della Prima Repubblica del calcio come Innocenzo Mazzini, numero tre della Figc, affermava “siamo disposti a fare un patto d’onore che noi assolutamente non incideremo per cambiamenti nel mondo del calcio”, perché “lui di fare il paladino dei poveri s’è bell’è rotto i coglioni, te lo dico io”. DDV lo sconfessa pubblicamente e in tv si proclama vittima di quel Luciano Moggi che dal telefono gli sussurrava “sì, ma pensiamo a salvà la Fiorentina, dai, dai”.

Insomma lo volete capire o no che il patron della Fiorentina era ed è contro il sistema? Pazienza poi, se qualcuno, come Riccardo Luna direttore del Romanista gli ricorda in diretta di avere fatto seguire ai tamburi di guerra la bandiera bianca in Lega e Federazione, accodandosi al gruppo di sostegno per Adriano Galliani e Franco Carraro. Il nostro non si fa sorprendere da queste cannonate. Non potevamo vincere in quel momento, ribatte con il piglio prussiano del maggiore Von Clausewitz, perché i pavidi si erano defilati e con Realpolitik abbiamo simulato una ritirata. In verità preparavamo le munizioni perché noi siamo per il cambiamento. Non avrete mica pensato che avessimo abbassato le brache anche sui diritti tv? Purtroppo questa categoria di presidenti manca di coraggio, ma noi andiamo avanti con la rivoluzione.

Pazienza ancora se c’è chi si è sfilato le Tod’s, come Gad Lerner. L’infedele, dopo aver sfoggiato le sue scarpe con i pallini in onore alla battaglia di Vicenza di DDV contro il Cav., ora rimbrotta il lìder viola con una comunicazione dietro le linee, via blog. “Sono sempre dell’idea che quelli come Della Valle, bravi imprenditori, se non altro grazie al conto in banca ce l’avrebbero la possibilità di non adeguarsi. Gli bastasse fare gli imprenditori, senza voler diventare popolari e potenti all’inseguimento di Agnelli e Berlusconi”. Per un Lerner che si defila un Marco Travaglio che si schiera. L’ufficiale di campo addetto alle procure intervistato dall’emittente romana Radio Radio assolve DDV in quanto vittima di estorsione. Sull’attacco  all’arma bianca del loro presidente onorario (quello ufficiale è il fratello Andrea) si interrogano i tifosi viola. “O è completamente matto o è in buona fede” si domandano sul sito www.fiorentina.it,  perché “se dovessero andargli male le cose ci sarà materiale per i blob degli anni a venire”.

Osservando la condotta a petto in fuori di DDV ci permettiamo di rivolgere al moralizzatore del calcio un solo consiglio: si rilegga la storia della Caporetto di Giorgio La Malfa, quando la sua campagna in favore del “partito degli onesti” si sfaldò per un colpo a salve di altri moralizzatori.  

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 17 maggio 2006)

27 aprile 2006

La nonna di Davids, i tre porcellin di Owen e altre bloggerie pallonare

Filed under: futbol — filnax @ 2.32 pm

Chissà se Roberto Mancini cerca nel web rassicurazioni sul suo futuro. I blog di Msn, il portale Microsoft, sono utili al Mancio per snellire la lista dei pretendenti alla sua panchina. Scrive Claude Makelele, centrocampista del Chelsea: “Che sia ben chiaro, José Mourinho non va proprio da nessuna parte”. Via uno. Xabi Alonso, regista del Liverpool, ribatte: “E’ stato un gran sollievo per tutti a Liverpool. Rafa Benitez ha messo fine a tutte le voci che circolavano, annunciando che resta qui”. Meno due. Purtroppo per Mancio, Gigi Buffon altro blogger, non si è pronunciato sul futuro di Fabio Capello.

I Mondiali di Germania Microsoft ha scelto di seguirli affidandosi al racconto dei protagonisti. L’azienda di Bill Gates ha individuato un portabandiera blogger per ogni nazionale favorita: Gigi Buffon (Italia), Ronaldinho (Brasile), Edgar Davids (Olanda), Xabi Alonso (Spagna), Micheal Owen (Inghilterra), Claude Makelele (Francia) e Kevin Kuranyi (Germania). I siti offrono un ritratto dei calciatori fuori dalle interviste di rito. Qui un blob dei blog.

Gigi Buffon. Sui Mondiali: “Forse ho esagerato con la percentuale del 95 per cento di successo dell’Italia. In effetti, sia il Brasile che altre avversarie sono fortissime, quindi le probabilità scendono. Ma mica di molto, sapete. Mi sento ottimista, come mai forse mi era capitato. E non voglio nasconderlo”. Gli hobby: “Nono sono diventato subito portiere, anzi, avevo iniziato la mia carriera in avanti. Un po’ di voglia di giocare con i piedi mi è rimasta. Questo forse è uno dei motivi per cui mi sfogo con il Subbuteo nei panni di difensore, centrocampista e attaccante. Anche se, devo ammetterlo, mi esalto quando compio interventi miracolosi con il mio portiere in miniatura”. Passioni giovanili: “il mio idolo era Lothar Matthaeus, mi piaceva il modo di giocare e il personaggio al di fuori degli schemi. Come squadra mi entusiasmava il Pescara di Galeone, formazione imprevedibile, magari un po’ incostante, ma capace di imprese ritenute difficilissime. E i portieri? Thomas N’Kono, scavezzacollo, istrionico, spettacolare, ma anche efficace.”.

Edgar Davids. Sui gay: “Ultimamente ci sono voci che corrono sulla presunta omosessualità di alcuni giocatori. Non capisco il problema. Se giocano bene a calcio a me basta. Credo che quelli che si scandalizzano  dovrebbero consultare uno specialista per evitare di drammatizzare”. Il suo paese d’origine: “Nel Suriname nessuno rispetta il divieto “è vietato portare cibo all’interno dello stadio”. Se avete voglia di portarvi un ottimo Tjan Min Moski (piatto tradizionale a base di spaghetti fritti, carne e verdure), nessuno ve lo impedirà”. Rimproveri particolari: “A volte la mia nonna non esita a dirmene quattro sul modo in cui gioco e persino a spiegarmi come fare un tackle perfetto.”   

Claude Makelele. Sulla fede: “Dio mi ha sempre assistito nella mia carriera. E, naturalmente, lo Speciale è dalla parte del Chelsea. Mi sembra che sia stato Mourinho ad averlo definito così per scherzare, trovo che sia un nome indovinato”. L’attacco della grandeur: “Non conosco un altro paese al mondo che possa contare su attaccanti dalla forma così smagliante. Penso che potrebbero scendere in campo tutti insieme: Zidane al centro, Wiltord a destra e Trezeguet e Henri davanti”.

Kevin Kuranyi. Tre passaporti: “La mia  patria è il Brasile: sono nato a Rio de Janeiro. Mio padre Kont è tedesco, ma nato in Francia. A 20 anni emigra in Brasile dove conosce mia madre Carmen che viene da Panama. Un mio nonno è ungherese, un altro norvegese. Ad otto anni i miei genitori si separano e mia madre mi porta a Panama, l’anno dopo torno in Brasile con mio padre che a quindici anni mi manda ospite in una famiglia di Stoccarda per imparare il tedesco. Dimenticavo: la mia compagna, Victorija, è croata”.

Ronaldinho. Sull’addio di Demetrio Alberini: “un grande uomo e un magnifico calciatore. Un momento molto commovente. C’era un sacco di gente e ho avuto occasione di parlare con molti amici”. Sui fumetti: “ho pranzato con il mio amico Mauricio de Souza, il padre di Turma da monica, una famosa serie di fumetti brasiliana. E’ stato veramente eccitante. I fumetti stanno diventando sempre più popolari e spero proprio che i ragazzi si divertano a leggerli”.

Xabi ALonso. Sulle origini basche. “La squadra del cuore della mia famiglia è il Real Sociedad. Mio fratello Mikel gioca in questa squadra, e anch’io ero lì prima di andare a Liverpool, proprio come mio padre Pedro, detto Periko. Era un ottimo giocatore, ha vinto gli unici due campionati della storia del Real Sociedad. Non ricordo di quei due titoli, ma, quando si vive a San Sebastian, si capisce perfettamente cosa quei titoli hanno rappresentato per la città”.

Michael Owen. La playlist in macchina: “Non tengo nessun cd, anzi per il momento la mia collezione di cd in macchina è fatta di canzoni per bambini. Con mia figlia Gemma mettiamo sempre siam tre piccoli porcellin, siamo tre fratellin, mai nessuno ci dividerà”. Sui sogni realizzati: Quando ero piccolo avrò vinto un milione di volte la Coppa del Mondo e quella di Inghilterra. Correvo e imitavo la voce del cronista “Ecco, Gary Lineker attraversa tutta Wembley e… gol”. Nella vita ho vinto una sola volta la Coppa d’Inghilterra, ma è stato il mio momento più bello. Segnare il gol della vittoria contro l’Arsenal. Era lo scenario che avevo vissuto tante volte per finta da ragazzino. Perdere 1-0, quindi pareggiare e poi segnare il gol della vittoria a un minuto dalla fine”. Sull’addio di Sven Goran Eriksson: “Francamente, la sua partenza non è una sorpresa. In fondo in fondo sapevamo tutti che sarebbe stato il suo ultimo torneo”.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 27 aprile 2006)

21 aprile 2006

Di Salvo, il preparatore dei migliori, racconta Zidane, Ronaldo e Figo

Filed under: futbol — filnax @ 3.01 pm

In porta Casillas. I quattro di difesa: Stam, Nesta, Rio Ferdinand e Roberto Carlos. A centrocampo un poker di giocolieri Figo, Veron, Zidane e Nedved. Davanti Ronaldo e Rooney. Questo potrebbe essere il dream team di Valter Di Salvo, preparatore atletico del Manchester United, ex Real Madrid e Lazio. “Non male come formazione, eh? – sorride divertito all’idea. – Ma non so se sarebbe la più forte. Rimarrebbero fuori nomi importanti come Peruzzi, Vidic, Beckham, Stankovic, Cristiano Ronaldo, Van Nistelrooy, Signori, Raul, Crespo, Vieri…”

Per le mani del professor Di Salvo (insegna teoria e metodologia dell’allenamento alla Iusm di Roma) passa il gotha del football. Dopo alcune esperienze in serie minori Valter segue la Lazio primavera di Mimmo Caso, dove si affermano Alessandro Nesta e Marco Di Vaio. Poi il passaggio in prima squadra affiancando i tecnici dell’era Cragnotti: Zoff, Zaccheroni, Eriksson e Mancini. Nel tempo libero dal calcio, Di Salvo si reca in Portogallo per conseguire il PhD in scienze motorie all’Universidade tecnica de Lisboa. Qui incontra Carlos Queiroz, viceallenatore del Manchester United, che gli propone di seguirlo in Inghilterra. Ma a metà stagione Di Salvo non se la sente di mollare la Lazio. A fine campionato Queiroz trasloca a Madrid e fa squillare il cellulare del preparatore romano. Un’offerta che non può rifiutare. “Dopo quattordici anni lascio la Lazio con dispiacere”. Mancini prova a persuaderlo a cambiare idea. “Roberto, questa è l’occasione della vita. In futuro i nostri destini si rincroceranno”, gli risponde Di Salvo. Due anni più tardi Mancini cercherà invano di portarlo all’Inter.

“Arrivo al Real nell’anno dei tagli a vizi e lusso. Florentino Perez cede dodici giocatori, tra cui nomi di peso come Makelele, McMannaman, Hierro e Morientes. Un unico acquisto: David Beckham. Con lui i galacticos salgono a sei, ma non c’è ricambio. La prima squadra è composta da tredici atleti, il resto è Primavera”. La strategia dei “zidanes e pavones” (dal nome del giovane difensore Francisco Pavon) non paga: il campionato sfuma all’ultima giornata, fuori ai quarti di Champions League e persa la finale di Coppa del Re, il Real si accontenta della Supercoppa spagnola. A fine anno Queiroz fa le valigie per Manchester e Di Salvo lo segue. “A nome della squadra Raul mi chiede di restare, ma Camacho è in arrivo con un altro preparatore e non sarebbe onesto restare”. Di Salvo ricorda con affetto i sei galacticos. “Zidane è il giocatore più umile con cui ho lavorato; Figo rappresenta l’emblema dell’atleta serio e professionista; Roberto Carlos un burlone; Ronaldo non è affatto un lavativo come si dice; Raul è introverso, ma solo un suo sguardo pesa tantissimo nello spogliatoio. Infine Beckham”. Qui, Di Salvo vuole mettere i puntini sulle i. Dopo lo scialbo europeo di Portogallo 2004, lo spice boy punta il dito su un’errata preparazione atletica. “In realtà Beckham a Madrid gioca uno splendido inizio di stagione, poi per problemi familiari (rivelazioni di una presunta amante sui tabloid inglesi ndr) il rendimento cala. Le sue dichiarazioni dopo l’Europeo sono un equivoco. Ancora oggi quando viene in Inghilterra ci sentiamo spesso. Al rientro dalle partire della Nazionale i giocatori del Manchester mi portano sempre i suoi saluti”.

 Con i Red Devils Di Salvo passa da un Ronaldo all’altro. “Cristiano Ronaldo diventerà uno dei più forti al mondo nel suo ruolo. Nonostante la giovane età ha una grande personalità”. Un altro Ronaldo che poteva giocare a San Siro, prima del Manchester su di lui c’era Massimo Moratti.  “Qui ci sono due galattici come Ruud Van Nilsterooy, uno degli attaccanti più prolifici, e Wayne Rooney, il talento su cui punta Eriksson per i Mondiali di Germania. Non dimenticherei i senatori come Paul Scholes e Ryan Giggs. Con la Primavera si allena il diciannovenne Giuseppe Rossi, che ha già segnato in Premier League un paio di reti. Nelle movenze ricorda Paolo Rossi. Il talento non gli manca e in prospettiva Ferguson punta molto su di lui. Il giocatore più amato dai tifosi però resta Eric Cantona. Ancora oggi lo inneggiano durante le partite. Purtroppo non l’ho allenato”.

Tra Italia, Spagna e Inghilterra Di Salvo aggiorna il suo programma di allenamenti. “Non posso proporre a Manchester le tabelle che facevo a Roma o Madrid. C’è una diversa cultura calcistica. In Italia si predilige l’aspetto tattico, in Spagna quello tecnico e in Inghilterra il lato fisico”.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 21 aprile 2006)

21 marzo 2006

Exit Poll Italia: molti azzurri a destra, ma il potere forte sta a sinistra.

Filed under: futbol — filnax @ 2.49 pm

Cav contro Cav. All’Artemio Franchi di Firenze domenica prossima si profila il secondo round del match Silvio Berlusconi versus Diego Della Valle. A dar manforte all’imprenditore marchigiano “con scheletri nell’armadio” gli omonimi del suo nemico. Contro il Cav. azzurro scende in campo il Cav rosso. Collettivo Autonomo Viola è infatti il gruppo ultrà che guida la curva Fiesole, la cui scelta del nome non lascia dubbi sulle simpatie politiche vicine a DDV. Ma i giocatori come si schiereranno il 9 aprile? Il Cav. azzurro seduce ancora gli azzurri? Nessun giocatore rivela a chi andrà la sua preferenza nell’urna. Il Foglio ha contattato amici e persone vicine ai giocatori che presumibilmente costituiranno l’undici titolare della Nazionale di Lippi ai mondiali di Germania per radiografarla politicamente.

In porta Gigi Buffon non ha dubbi: a destra. L'outing è del 1999 quando sulla maglietta del Parma scrive con il pennarello "boia chi molla". Fioccano polemiche e Buffon prima si scusa, poi peggiora la situazione scegliendo la maglia 88. Un numero caro ai neonazisti che si traduce con Heil Hitler, essendo l'acca l'ottava lettera dell'alfabeto. Interviene anche la comunità ebraica. Dietrofront di Gigi che opta per il 77. Per le sue simpatie politiche è un beniamino degli Irriducibili della Lazio, noti alle cronache per lo sventolio di croci celtiche. Durante un Lazio-Juventus dello scorso campionato la curva biancoceleste acclama il portiere della Nazionale. "Gianluigi risponde salutando calorosamente la curva – scrivono gli Irriducibili sul loro sito internet- e alla nostra richiesta di un saluto romano, essendo uomo leale, coraggioso e coerente lo fa incurante dei benpensanti, scribacchini e soloni di parte". Il voto a destra per Buffon non è in discussione. Il ballottaggio alle urne è tra An e la formazione di Alessandra Mussolini, con Fini in netto vantaggio.

Anche la difesa davanti a Buffon opta per la Casa delle Libertà. Fabio Cannavaro non ha mai nascosto la sua ammirazione per il Cav. presidente del Milan e guarda con favore anche alla versione istituzionale. Il suo compagno di reparto Alessandro Nesta non sbanda a sinistra, tutt'altro. Ai tempi della Lazio non faceva mistero di guardare con simpatia al partito di Gianfranco Fini, anche se ora che si è stabilito a Milanello evita diplomaticamente di farne cenno. Si segnala comunque come l'unico milanista a non votare direttamente per il Cav. Tendenza An anche la prima riserva come difensore centrale, Marco Materazzi dell’Inter.

Sulle fasce fluidificano due taciturni come Gianluca Zambrotta e Fabio Grosso. La politica non è tra i loro principali interessi e sull’argomento non si confidano facilmente. “Per il momento sono orientato all’astensione” dichiara il difensore del Palermo. A centrocampo la nazionale si affida al compasso di Andrea Pirlo e ai polmoni di Rino Gattuso, fedeli alla linea del loro presidente, così come l’attaccante Alberto Gilardino. Forza Italia alle urne ed allo stadio. Difficile per i rossoneri ammettere una preferenza diversa. Anche gli ex azzurri Paolo Maldini e Billy Costacurta non celano l’appoggio politico al Cav. L'unico che finora l'ha fatto è stato Massimo Ambrosini, fidanzato con Micaela, la figlia di Palmiro Ucchielli, ex senatore ds e attuale presidente della provincia di Pesaro e Urbino. Ma Berlusconi coltiva un suo ripensamento per il 9 aprile: “Nel Milan ho un bravo centrocampista di sinistra, marchigiano, Ambrosini, ma non credo voti a sinistra”. In Nazionale a soffiare il posto ad Ambrosini come riserva di Gattuso è stato Daniele De Rossi, giovane centrocampista della Roma, coccolato da Walter Veltroni per il beau geste di domenica scorsa quando ha ammesso all’arbitro di aver fatto gol con la mano. Nato e cresciuto ad Ostia, nel feudo elettorale di Teodoro Buontempo, De Rossi guarda a sinistra, senza una predilezione partitica particolare. Nessun interesse elettorale per l’oriundo Mauro German Camoranesi. La politica non lo incuriosiva neppure in Argentina.

Sulla fascia sinistra si schiera l’alfiere della Nazionale, Francesco Totti che con Veltroni ormai si da del tu e scambia assist a ripetizione. Non c’è iniziativa di solidarietà dove il primo cittadino non chieda al capitano della Roma di accompagnarlo. In caso di mancato recupero in vista dei Mondiali, Lippi si affiderà al sempreverde Alex Del Piero, il cui imprinting politico è quello da dc veneto doc. Il fantasista della Juventus si colloca in area centrodestra, tendenza Casini.Un grosso dispiacere a Diego Della Valle lo procura il suo giocatore più rappresentativo: Luca Toni. Cresciuto in una regione rossa (nel modenese) con genitori umili (padre muratore, madre bidella), il centravanti della Nazionale – dicono i bene informati – predilige il centrodestra dell’odiato Cav. Poco successo DDV lo incontra anche in altri due viola, ex nazionali, come Stefano Fiore e Giuseppe Pancaro. Entrambi vicini ad An.

A sinistra, oltre a Totti, solo il commissario tecnico. Educato dal padre a pane, pallone e socialismo Marcello Lippi guarda con favore ai Ds di Massimo D’Alema. Con cui condivide il disprezzo verso i giornalisti.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 21 marzo 2006)

7 marzo 2006

Gli zonaroli si difendono, le arringhe toste di Maifredi e di Orrico /2

Filed under: books,futbol — filnax @ 7.28 pm

“Ma qualcuno l’avrò pure aiutato!”. Arrigo Sacchi il grande accusato del libro di Pippo Russo si difende con una battuta. L’ex allenatore del Milan spettacolo si trincera poi nel silenzio. Dopo le dimissioni dal Real Madrid non rilascia interviste. Nemmeno su Nedo Ludi. Alla fine degli anni Ottanta Sacchi non è l’unico a teorizzare la zona. Il profeta del calcio champagne, Gigi Maifredi, guida il Bologna dalla serie B alla Coppa Uefa giocando un calcio veloce e spettacolare mai più visto al Dall’Ara. Un exploit che gli vale, nel 1990, la salita al soglio. “Si dice che chi allena la Juventus è un po’ come se diventasse Papa. Non può pretendere oltre”. A volerlo alla Vecchia Signora è Luca Cordero di Montezemolo che, dopo l’esperienza di Italia ’90, sostituisce Giampiero Boniperti alla guida del club. L’attuale presidente di Confindustria arriva dopo tre anni grigi di post Trapattoni con l’imperativo di inseguire il modello Milan e archiviare il gioco all’italiana. “Alla Juve fallisco per mancanza di umiltà, mi sento un Dio”, ammette l’attuale commentatore Rai. A farlo fuori contribuisce il non traumatico cambio societario. “Il clan di Boniperti mi fa la guerra. Nulla di personale con me, anzi l’ex presidente è un mio estimatore, ma non manda giù l’improvvisa emarginazione. Così va in conflitto con la nuova gestione. A difendermi c’è solo l’avvocato Agnelli che ai giocatori, nello spogliatoio del Delle Alpi prima della semifinale di Coppa delle Coppe con il Barcellona, chiede una grande prestazione per confermarmi. Vinciamo 1-0 giocando una delle più belle partite degli ultimi vent’anni. Purtroppo non basta”. Paolo Mantovani, presidente della Sampdoria, lo vuole in blucerchiato per sostituire Boskov, e chiede ai bianconeri il permesso di metterlo sotto contratto quando è ormai chiaro che non verrà confermato. “È la Samp che sta vincendo lo scudetto e per la Juve sarebbe un affronto se andassi ad allenare i campioni d’Italia”. Maifredi non si sente un sacchiano anzi rivendica il ruolo di zonista doc. “I veri profeti della zona in Italia siamo Galeone, Zeman ed io, con i moduli 4-3-3. Alla Juventus cerco di impostare una difesa a tre ma non ho gli uomini giusti. Pochi ricordano che Sacchi al Parma giocava con il libero, con cinque giocatori dietro, non a caso appena arriva al Milan dice a Baresi che deve imparare i movimenti di Signorini. Praticava un 5-4-1 con due ali larghe che in fase offensiva diventava un 5-2-3. E lo stesso faceva Orrico”.

Già, Corrado Orrico è la risposta dell’Inter alla voglia di zona. L’anno dopo l’approdo di Maifredi alla Juventus, Ernesto Pellegrini assume il tecnico toscano per sostituire Trapattoni. Un cambio non indolore. “Anche i muri di Appiano Gentile mi chiedono di giocare con il libero”, ricorda Orrico che non giudica Sacchi un innovatore. “Il suo Milan è un assemblaggio di idee altrui. Si ispira a Radice, al calcio olandese, al Brasile ed anche al sottoscritto. Quando allena la primavera della Fiorentina, Arrigo mostra ai giocatori le videocassette della mia Carrarese. Il vero innovatore al Milan è Silvio Berlusconi. Lui sì, rompe gli schemi del calcio”. All’Inter Orrico non ha un Cavaliere alle spalle ed oggi se ne rammarica. “Berlusconi rompe le resistenze della squadra, quando Sacchi non ingrana. Io invece mi scontro ogni giorno con chi mi chiede maggiore prudenza. Eppure prima di assumermi sostengo una ventina di colloqui, sanno benissimo qual è il mio metodo”. Ci sono dei Nedo Ludi anche nell’Inter allora, che mal si integrano con i nuovi metodi di allenamento. A remare contro ad esempio c’è anche il capitano Beppe Bergomi, che gli rimprovera una certa arroganza. “Ma se addirittura dimezzo le mie tabelle di allenamento, rispetto al lavoro che facevo alla Lucchese.” Dopo diciassette partite di campionato Orrico molla. “Mi dimetto e rinuncio anche a 400 milioni. Che ora mi farebbero comodo”. Esistono varie scuole di pensiero nella zona secondo Orrico. Sacchi ad esempio praticava un calcio molto attento alla fase difensiva (“dieci giocatori dietro la linea della palla eccetto Van Basten”), aspetto sconosciuto a Zeman e Maifredi. Sull’ex allenatore della Juventus si concede una battuta: “Con il Bologna gioca un grande calcio, ma è tutto un altro tipo rispetto a Sacchi. Troppo bon vivant”.

L’ultimo profeta Zdenek Zeman non concede interviste telefoniche. Fissa un appuntamento con il Foglio domenica alle 11 nel centro di Roma, ma la sera prima disdice tutto. “Devo partire, non so quando torno”. L’indomani, Gino Corioni, presidente del Brescia lo presenta come nuovo tecnico delle rondinelle.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 7 marzo 2006)

La zona uccide Nedo Ludi, stopper darwinianamente fuori moda /1

Filed under: books,futbol — filnax @ 7.26 pm

Anno 1989, Nedo Ludi, stopper comunista, va in crisi di identità. A 28 anni s’inerpica su un crinale politico-sportivo da cui non può scendere. Lui, difensore di vecchia scuola, cresciuto con i dogmi rossi del babbo operaio, smarrisce tutti i punti di riferimento. Nel suo club, l’Empoli, arriva un allenatore fedele alla nouvelle vague zonista di Arrigo Sacchi. Uno dalla rivoluzione tattica e semantica. Niente più respiro sul collo all’avversario e il compagno sulla fascia non è più un terzino ma un esterno. Nessun libero dietro di te pronto a spazzare via quando ti perdi il centravanti. Non conta il singolo, ma il gioco sincronizzato del collettivo.

Dopo vane cure rieducative, il nuovo allenatore lo bolla come darwinianamente inadatto alla zona. Ludi è nel periodo peggiore, un’età di mezzo. Troppo giovane per smettere, troppo vecchio per evolversi da stopper a centrale. Non si scoraggia però. Non va in analisi neanche quando Achille Occhetto, in una domenica di pausa del campionato, seppellisce il Pci, la granitica certezza paterna. È solo una questione nominativa, ribatte qualcuno. Già, ma proprio il suo nome, Nedo Ludi, non può non legarsi a quel Ned Ludd operaio stopper nella rivoluzione industriale inglese. Il giocatore acquista improvvisamente una nuova coscienza di sé e organizza la rivolta degli esclusi, dei borderline, di tutti quei calciatori spazzati via dal nuovo verbo sacchiano.

Il mio nome è Nedo Ludi” (Baldini Castaldi Dalai) è il primo romanzo del quarantenne Pippo Russo, noto all’ambiente giornalistico sportivo per la rubrica “Pallonate” che curava sul Manifesto. Lasciato il quotidiano comunista, Russo scrive per l’Unità, il Messaggero e GQ, oltre ad insegnare sociologia all’università di Firenze. Per l’autore “la storia di Nedo Ludi e di tutti quelli come lui è un frammento di quell’autobiografia minima e diffusa di un paese che nessuno vuole andare a cercare. Un paese che ha smesso di essere una terra di stopper nel momento in cui ha cessato di cercare risposte. E di porsi domande”. Russo richiama alle memoria un’Italia grassa e ambiziosa, che sognava di scalzare la Gran Bretagna come quarta potenza industriale mondiale, che si pavoneggiava nella preparazione dei mondiali di calcio. Ma con l’insuccesso della squadra di Azeglio Vicini inizia il tracollo nazionale, non solo in senso sportivo. Si perdono pezzi di industria, si smarrisce memoria e dignità, e il passaggio da una Repubblica all’altra avviene per convenienze di bottega. Sedici anni fa anche il football era un’altra cosa. I protagonisti della domenica venivano ancora considerati atleti e non velini, non c’erano cerchietti né cellulari negli spogliatoi. Si giocava con i due punti per la vittoria e l’imperativo era il rispetto della media inglese: baldanzosi in casa, guardinghi in trasferta. Gli stranieri erano solo un’aggiunta, tre, pochi e selezionati. Da soli due anni il campionato di serie A era passato da sedici a diciotto squadre.

Un romanzo gustoso che si legge tra una domenica di campionato e un turno infrasettimanale. Ma al di la dei cambiamenti di costume – nello sport come nella società – siamo sicuri che il calcio dei tre punti, della zona, dell’addio al fattore campo rappresenti una involuzione?  

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 7 marzo 2006)

31 gennaio 2006

Il mister viaggiatore /3

Filed under: futbol — filnax @ 3.47 pm

Walter Zenga cresce nella periferia milanese con il mito dell’America. E quando San Siro congeda  l’Uomo Ragno non si fa scappare l’offerta dei New England Revolution di Boston, dove approda nel 1998. Il passaggio dalla porta alla panchina è rapido: giocatore, allenatore-giocatore, allenatore. “Il problema del soccer sono le grandi distanze. Per alleggerire il disagio il calendario prevede delle doppie trasferte. Quando Boston va sulla west coast gioca lì due partite consecutive per evitare un andirivieni sfiancante”. Chiusa l’esperienza a stelle e strisce, Zenga rientra in Europa e trasvola l’Italia per stabilirsi al National Bucarest. Nonostante la finale di Coppa Romania, lascia dopo solo un anno quando Aleandro Dall’Oglio, presidente del Como, gli prospetta la possibilità di sostituire Eugenio Fascetti. Ma la panchina lariana sfuma e Zenga torna a Bucarest, questa volta però dai rivali dello Steaua che guida alla conquista del titolo nazionale. “In Romania c’è grande entusiasmo per il calcio, come in Italia si pubblicano tre quotidiani sportivi e le trasmissioni televisive abbondano”. Attualmente è l’allenatore della Stella Rossa, recentemente eliminato in Coppa Uefa nonostante il sonoro 3 –1 che rifila alla Roma di Luciano Spalletti. “Vivendo a Belgrado è palpabile la voglia della gente di lasciarsi alle spalle il passato di guerre e il riscatto lo si cerca nello sport.” La cultura locale non è tra i principali interessi di Zenga “Non sono qui per fare il turista, e andare in giro per piazze o musei. Abito a cinquanta metri dallo stadio e tutto il mio tempo lo dedico al club. Quando posso staccare torno a Milano o a Bucarest, a casa di mia moglie Raluca”.  Zenga ha un ottimo rapporto con i tifosi locali e, prima della sosta natalizia, ha scritto loro una lettera aperta sul sito internet della società con la chiosa ultrà “Red Star is life, the rest is trifle”.

Giocare a –15° è uno choc per Rino Lavezzini che nel 2004 assume la responsabilità tecnica del FK Sūduva, squadra di Marijampoles, cittadina di quarantamila abitanti a centotrenta chilometri da Vilnius. “A fare da intermediario è Fabrizio De Poli, il mio direttore sportivo ai tempi del Genoa. Per i lituani l’Italia rappresenta un modello di riferimento per il buon gusto, l’arte, lo stile di vita e, ovviamente, per il calcio. La dirigenza del Sūduva vuole a tutti i costi un tecnico italiano”. È un altro football: al campionato locale partecipano solo otto squadre che si affrontano quattro volte a stagione; gli orari delle partite sono sfalsati, così da consentire ai tifosi di assistere a più incontri; il simbolico prezzo del biglietto è di un euro. “Se non hai soldi, comunque entri lo stesso. Basta non insultare gli avversari o l’arbitro. Purtroppo è proprio con me che per la prima volta i tifosi locali vedono un allenatore rivolgersi al direttore di gara in maniera irriguardosa”. Le difficoltà maggiori per Lavezzini sono di ordine tattico, fatica ad esempio a spiegare il concetto di “cambio tattico”. “Per i lituani non è concepibile che una partita la giochi con tre punte e quella dopo con una”. I giocatori più importanti guadagnano millecinquecento euro al mese e appena possono scappano all’estero. “Molti emigrano in Scozia dagli Hearts of Midlothian, la squadra di proprietà di Vladimir Romanov costituita per metà da lituani”. Lavezzini interrompe anticipatamente l’avventura per difficoltà ambientali. “C’è veramente poco da fare lì. Per qualche svago maggiore c’è Vilnius, ma non posso tutti i giorni fare duecentosessanta chilometri di autostrada.” I lituani ci rimangono male e scendono tre volte in Italia per persuaderlo a tornare. “Se fosse una squadra della capitale tornerei, ma laggiù…”

Chi è ancora in trincea è Aldo Dolcetti, ex calciatore cresciuto nella Juventus e attuale responsabile dell’Honved, in Ungheria. “Con orgoglio posso dire di allenare una formazione che viene citata nei libri di storia del calcio. La squadra di Ferenc Puskas. Certo, oggi non è quella di allora”. Dolcetti scambia frequentemente opinioni con Lothar Matthaeus, allenatore della nazionale magiara. L’Honved è una squadra con molti giovani promettenti e l’ex pallone d’oro li segue con attenzione. Il giornale Nemzeti Sport, la locale Gazzetta dello Sport, elogia Dolcetti come esempio di lavoratore sobrio e umile, scrivendo: “voleva rimanere grigio, non ci sembri strano che qui, proprio per questo, si è fatto notare”. Ai giornalisti locali piace il suo basso profilo. Dopo una bella vittoria in campionato risponde all’acclamazione dei tifosi scrivendo loro: “grazie, ma celebrate quelli che fanno i gol”.  I suoi modelli di riferimento sono due ex allenatori dell’Inter più buia, Mircea Lucescu e Corrado Orrico. “Quando giocavo ho avuto la fortuna di essere allenato da loro e, insieme con Bruno Bolchi, sono quelli che mi hanno insegnato il mestiere”. Con i suoi giocatori parla in inglese, la squadra è un melting pot dove si intrecciano le bandiere di Brasile, Mozambico, Mali, Francia e Bosnia.

Gigi Simoni a 67 anni ha smesso di allenare. Ora fa il direttore tecnico della Lucchese, ma non esclude di tornare a seguire le partite dal campo. L’ultima panchina importante su cui si è seduto è quella del Cska Sofia. “A introdurmi è Paolo Giulini, dirigente dell’Inter, che ha dei parenti in Bulgaria”. Simoni arriva a campionato iniziato alla fine del 2001. Conquista due secondi posti, in campionato e nella Coppa Bulgaria. “Probabilmente se avessi vinto lo scudetto sarei rimasto”. A convincerlo a rimpatriare è una disavventura personale “con mio figlio piccolo ammalato io e mia moglie fatichiamo a  trovare un dottore”. Concluso il contratto con il Cska, il telefono di Simoni squilla in continuazione. Dall’altra parte del filo dirigenti di squadre russe, greche e turche provano vanamente a ingaggiarlo. “All’estero potevo andare molti anni prima. Subito dopo l’esonero dall’Inter mi cercò il Benfica. Chiusi l’esperienza a Milano il 30 novembre e a fine dicembre mi cercarono i portoghesi. Ma masticavo ancora amaro per quel licenziamento inaspettato e rifiutai. Poi mi chiamò il Betis Siviglia, dove non andai per la mia franchezza. Dissi al presidente che per competere per lo scudetto servivano un paio d’anni. Lui invece voleva vincere subito e depennò il mio nome.”

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 31 gennaio 2006)

24 gennaio 2006

Il mister viaggiatore /2

Filed under: futbol — filnax @ 3.41 pm

Il globetrotter degli allenatori è Beppe Dossena, in otto anni ha attraversato cinque continenti. “La mia carriera da emigrante inizia in Ghana dove arrivo nel 1998 grazie al mio amico Dario Canovi. L’Africa è un posto che non ti lascia indifferente, a me seduce subito il loro stile di vita, il prendere le cose con la giusta misura senza affanni e stress” . Ad Accra si ferma due anni occupandosi della nazionale maggiore e delle selezioni giovanili. Con l’under 17 e l’under 20 conquista due ambite Coppe d’Africa. Quando stila le convocazioni da diramare inizialmente riceve alcune pressioni politiche, in particolare il più insistente è il ministro dello sport, un generale dell’esercito. Ma Dossena non si fa trovare impreparato “Ministro, quando lei va in guerra, i soldati li sceglie lei? Allora faccia fare lo stesso a me”. Al rientro in Italia Abdul al Sheik, proprietario del club saudita Al Ittihad, lo convince a fare le valigie per Jeddah. “Al contrario del Ghana, mi trasferisco con la famiglia. L’Arabia Saudita non è certo un posto per single. Vivo su un campo da golf, a sessanta chilometri dal Mar Rosso, un posto incantevole.” Inizialmente si occupa di insegnare in un’accademia calcistica poi passa alla prima squadra. Meno di un anno e cambio transoceanico di scenario, in Paraguay accanto a Cesare Maldini. “Un’esperienza di sei mesi dove vivo il momento più intenso della mia carriera da tecnico, i mondiali coreani. Un momento indimenticabile, anche se resto in seconda fila. Il comandante in capo è Maldini”. Grazie all’intermediazione di Igli Tare, attaccante della Lazio, non ha tempo di disfare i bagagli che lo assume la nazionale albanese. “Nonostante il breve periodo di soli quattro mesi è il posto dove mi sento più a mio agio. In Albania non esistono segreti sul calcio italiano”. L’esperienza a Tirana termina con la chiamata di Saadi Gheddafi che lo persuade ad indossare la tuta dell’Al Ittihad (solo omonimia con la squadra di Jeddah). “Vinco il campionato, ma vengo via per difficoltà ambientali. In Libia c’è poco spazio per lo svago”.

Giovanni Campari è un nome che agli sportivi italiani non dice molto. Chi lo ricorda bene invece è Fidel Castro. Dopo una lunga serie di tecnici russi, con qualche parentesi di mister brasiliani, Campari nel ’91 è il primo occidentale a cui Cuba affida la nazionale. “Mi chiamano perché sanno di essere indietro tatticamente e vogliono un italiano per recuperare il gap. I contatti iniziano ai tempi di Italia ’90, quando mi invitano all’Havana per tenere delle lezioni ai loro allenatori. Poi l’anno dopo mi chiedono se voglio diventare il loro commissario tecnico”. Per sfruttare le loro attitudini da ballerini, Campari dirige gli allenamenti a suon di musica. “Danzano splendidamente con un’elasticità muscolare spettacolare. Devo sfruttare questa loro qualità”. Al tecnico romagnolo affidano anche le selezioni giovanili e, dopo la conquista della medaglia di bronzo ai giochi Panamericani con l’under 20, riceve i complimenti direttamente dal Lider Maximo. “Un incontro suggestivo, anche se breve. A Cuba gli sportivi sono persone molto stimate e, sebbene il calcio non sia lo sport più popolare, c’è grande interesse per le nostre partite”. Durante le qualificazioni mondiali il paese caraibico è alle prese con una delle sue periodiche crisi economiche. Il presidente della Fifa Joao Havelange concede all’Havana di continuare la fase eliminatoria giocando solo in trasferta. “Quando giochi fuori casa ti ospita la federazione locale e Cuba, in quel momento, non può permettersi di ospitare delegazioni di trenta persone per una settimana. Così si adotta questo escamotage”. Durante i periodi all’estero nessun tentativo di fuga di giocatori. “Sì, qualcuno mi chiede di portarlo in Italia, ma non gli do peso”. Sull’assenza di libertà e le condizioni di vita preferisce glissare “Ho ancora tanti amici a Cuba e non vorrei dare l’impressione di ingratitudine, certo sono consapevole di esser stato un privilegiato per il tenore di vita durante quei cinque anni”. Chiusa l’esperienza caraibica nel 1999 Campari emigra in Senegal dove allena la nazionale che qualche anno più tardi il francese Bruno Metsu guiderà fino ai quarti di finale ai mondiali coreani.

All’arrivo lo chiamano il Marco Polo del calcio. Giuseppe Materazzi è il primo allenatore italiano a scavalcare la Grande Muraglia. Nel 2003 firma un contratto triennale con il Tianjin Teda, squadra che nel campionato precedente si è salvata all’ultima giornata. “Come in Italia anche in Cina a farla da padrone sono sempre due club, Dalian e Shangai. La dirigenza del Tianjin, formata da funzionari di partito, ambisce a competere con loro in breve tempo e con questo ambizioso progetto mi affidano la squadra”. L’avventura di Materazzi (padre del difensore dell’Inter) termina dopo il primo torneo concluso a metà classifica. Troppi i problemi di comunicazione. “Lavoro con due interpreti, ma non riesco a farmi capire come vorrei. Getto le basi comunque per un futuro migliore, facendo esordire, non senza difficoltà, tanti ventenni. La consuetudine locale vuole che i giocatori siano maturi per la massima serie solo dai 23 anni in poi. Nei due campionati successivi alla mia partenza, con quei ragazzi, il Tianjin conquista un quinto e un terzo posto”. L’allenatore italiano si scontra anche con tradizioni locali extracalcistiche. “La loro dieta è poco equilibrata e si affidano ancora all’agopuntura. In maniera graduale provo a cambiare certe abitudini, ma nel mio staff c’è un medico che rema contro. E sui giocatori il dottore esercita un maggiore influenza”. Terminata l’avventura in estremo oriente, Materazzi riceve offerte da Romania, Russia, Tunisia e Emirati Arabi. Tutte declinate. “A 59 anni sono pronto per nuove esperienze all’estero, ma pretendo di lavorare su un programma serio”.

 

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 24 gennaio 2006)

17 gennaio 2006

Il mister viaggiatore /1

Filed under: futbol — filnax @ 3.20 pm

In principio fu Peppino Meazza. Nel lontano 1947 l’ex bomber della Nazionale campione del mondo nel ’34 e nel ‘38 fu l’apripista degli allenatori d’esportazione. Lasciò l’Italia delle macerie della seconda guerra mondiale per traslocare in Turchia alla guida del Besiktas. Travalicare i confini nazionali oggi non è un’eccezione. Ai casi celebri di Fabio Capello nella Liga spagnola, di Giovanni Trapattoni nella Bundesliga tedesca o di Gianluca Vialli nella Premier League inglese, si aggiungono quelli dei tecnici che hanno deciso di  esplorare football sconosciuti, figli di un dio minore, dove i riflettori dei media rimangono spenti. Proprio sulla panchina di Meazza si accomoda, dal maggio 2000 al marzo 2001, Nevio Scala. “Il Galatasaray e il Fenerbache sono in calo e il Besiktas è la forza emergente, disputiamo una buona stagione portando a casa la Coppa Ataturk e un posto per la Champions League. Rispetto all’Italia incontro però molte differenze, giocatori svogliati e poco inclini ai sacrifici. E poi allenarli nel periodo del Ramadan è impossibile”. L’anno successivo l’ex allenatore del Parma si trasferisce in Ucraina, allo Shakhtar Donetsk di Rinat Akhmetov, uno dei più facoltosi e discussi industriali del paese. “Il presidente mi mette subito a disposizione il suo sterminato parco macchine extralusso. Ringrazio per la generosa offerta, ma rifiuto, a me serve una jeep per andare a caccia. Acquisto una Lada Niva usata e, scegliendo un automobile che in passato rappresentò l’orgoglio nazionale, conquisto subito la simpatia dei tifosi”. Dopo lo splendido debutto, culminato con il primo scudetto nella storia del club, Scala progetta di fermarsi a lungo in Ucraina e studia il cirillico. Ma anche nel calcio ucraino la riconoscenza è merce rara. Dopo una pesante sconfitta in Champions League con il Bruges arriva il licenziamento. “Credo che Akhmetov se ne sia pentito. Ci sentiamo spesso e se volesse riprendermi tornerei immediatamente”. Nel 2003 Scala rimane a respirare i rigidi climi dell’est, approdando allo Spartak Mosca. “Un periodo di grande tensione politica. Per soli quaranta minuti scampo ad un attentato terroristico alla metropolitana.” Ottiene l’acquisto del difensore Nemanja Vidic (recentemente strappato dal Machester United alla Fiorentina) e cerca vanamente di persuadere Damiano Tommasi (“gli chiesi di venire a fare il capitano, una settimana prima del suo gravissimo infortunio”) a seguirlo nell’avventura. Incassato il rifiuto del centrocampista della Roma, disegna la squadra su Igor Titov, il Totti locale, ma all’inizio della stagione la stella russa viene squalificata per doping. Il cambio al vertice societario, con l’arrivo della Lukoil, lo riporta in Italia. Attualmente Nevio Scala, dopo aver declinato una panchina scozzese, valuta le offerte che arrivano da tutto il mondo, Emirati Arabi in particolare.

Dopo le esaltanti vittorie con l’Under 21 italiana e le cocenti delusioni su panchine di club (Inter e Bari), Marco Tardelli cerca il riscatto in Africa. Nel 2004 fa la spola con il Cairo per otto mesi. “In Egitto ci sono due autorità, il presidente della federazione e il consigliere finanziatore. A decidere il mio ingaggio è quest’ultimo”. Un’esperienza conclusasi anticipatamente per questioni politiche. Nonostante fosse previsto dal contratto, si scatenano innumerevoli polemiche sui dodici giorni al mese che Tardelli trascorre in Italia. Durante la sua gestione l’Egitto ottiene discreti risultati, battendo anche il Camerun. Le partire in casa registrano il tutto esaurito con centotrentamila spettatori. Niente da fare invece per la qualificazione al Mondiale, il girone è troppo duro. “In Egitto ci sono grandi potenzialità, per emergere devono però cambiare mentalità. Sono impulsivi, se dopo dieci minuti un giocatore non faceva una buona azione, mi chiedevano di sostituirlo. Purtroppo manca una seria programmazione. Il mio interlocutore cambiava in continuazione, in sei mesi si sono avvicendati tre ministri dello sport”.

Romano Mattè in estate si occupa dei disoccupati del calcio italiano. Ai giocatori senza squadra regala aneddoti sulle sue esperienze all’estero. “Nel 1990, per un accordo tra Paolo Mantovani e Nirwan Barie, presidente della federcalcio indonesiana, alleno una selezione dei migliori giovani del paese asiatico trasferitasi in Liguria, a Sestri Levante. Eccezionalmente ci concedono di partecipare al campionato italiano Primavera fuori classifica.” I talenti in erba per non interrompere gli studi, hanno al seguito dei docenti indonesiani. Nel ‘92 il passaggio di Mattè alla nazionale maggiore e il trasloco a Savannah. “Sempre in viaggio per le diecimila isole del paese ad osservare partite, dall’arcipelago delle Molucche alla Nuova Guinea. Instauro un rapporto di stima con i tifosi, che apprezzano uno straniero non supponente che impara in breve tempo la loro lingua e studia le tradizioni locali. Otteniamo anche buoni risultati come le semifinale ai Campionati d’Asia battendo India e Malesia”. Sono gli anni del regime di Suharto (“una dittatura blanda”) e nel paese non c’è traccia di integralismo islamico. “Prima della partita preghiamo insieme, ognuno secondo la propria fede”.  Per motivi familiari il tecnico italiano lascia l’Indonesia nel ’96. “Dopo una sconfitta per 3-0 dallo Zimbabwe mi chiedono di tornare, ma dopo la morte di mia moglie, devo occuparmi di mio figlio”. Per lo stesso motivo Mattè rifiuta la panchina della nazionale giapponese ed è entra nei ranghi della Juventus come osservatore. I bagagli li prepara quattro anni più tardi, nel 2000: destinazione: Mali. “Partiamo forte. Vinciamo il torneo Città di Parigi e battiamo anche le Balck Stars, la squadra formata dai giocatori africani del campionato francese”. A Bamako accorrono in ottantacinquemila per i match casalinghi e l’entusiasmo aumenta dopo le vittorie su Marocco e Sudafrica. L’italiano che vince però non piace ai francesi, che esercitano grande influenza sulle scelte del paese africano. “Sulla scaletta dell’aereo che mi riporta in Italia, con le lacrime agli occhi un generale mi confida: mi vergogno, ma siamo poveri e dobbiamo sottostare alla scelta di Parigi”. In aeroporto lo salutano con gli onori militari.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 17 gennaio 2006)

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