ritagli di sport

15 marzo 2006

Quando spararono al Giro d’Italia, la corsa non si fermò. Venezie in festa.

Filed under: books,ciclismo — filnax @ 5.49 pm

Il Campionissimo dietro un bidone di pece, il vecchiaccio a ripararsi sotto una Millecento. Una sparatoria improvvisa costringe Fausto Coppi e Gino Bartali pancia a terra come in trincea. A puntar le rivoltelle alcuni militanti comunisti filoslavi. Obiettivo bloccare la tappa verso Trieste. È il 30 giugno 1946, il primo Giro d’Italia dopo la guerra. Quello della rinascita. Gli organizzatori includono nel serpente di strade che striscia sulle macerie della penisola anche la città giuliana. Una scelta controversa, Trieste è terra contesa con la Jugoslavia. Solo trent’anni dopo il Trattato di Osimo chiuderà le reciproche aspirazioni sul confine orientale confermando le aree di influenza post bellica: Trieste all’Italia, Fiume, Pola e Zara a Tito.

 La tragedia sfiorata durante la corsa ciclistica la racconta Paolo Facchinetti nel “Quando spararono al Giro d’Italia” (Limina). Per l’autore, già direttore del Guerin Sportivo, l’attentato al Giro ha maggiore influenza sulla storia della nazione rispetto alla nota vittoria di Bartali al Tour de France del 1948 all’indomani dell’attentato a Palmiro Togliatti. Esagerato parlare di guerra civile scongiurata per una maglia gialla, al contrario l’arrivo “di quei diciassette corridori nella città giuliana evita un conflitto etnico-politico fra italiani e slavi”. L’attacco avviene a Pieris, piccola cittadina friulana da millecinquecento abitanti, nota agli sportivi per aver dato i natali a Fabio Capello. Il tecnico bianconero nasce tre giorni dopo il fattaccio. Alla richiesta del Foglio di parlare dei racconti narratigli da amici e parenti però non aderisce. Dopo le polemiche su Franco meglio evitare nuovi fraintendimenti su Trieste italiana, fa dire dall’ufficio stampa.Protagonisti di quel Giro sono ovviamente Coppi e Bartali. La tappa Rovigo-Trieste non li impensierisce. La maglia rosa si deciderà altrove. Qui c’è spazio solo per qualche strappo di comprimari in cerca di trofei intermedi. Le prime avvisaglie arrivano quando il gruppo supera Ponte sull’Isonzo ed entra nella zona A, l’area sotto giurisdizione alleata. Al passaggio degli atleti alcuni spettatori lanciano fiori di campo e sassi. Si pensa a qualche squilibrato. Qualche centinaio di metri più avanti, a Pieris, l’agguato. Dei macigni sull’asfalto bloccano la corsa. Sui corridori fermi piovono pietre e poco dopo partono i primi colpi di pistola. Ci si ripara alla meglio. La polizia insegue i contestatori tra campi di granturco. Passata la burrasca, atleti e dirigenti s’interrogano se proseguire. La maggioranza vuole fermarsi. Le squadre più titolate, Legnano, Bianchi, Benotto, non intendono andare oltre. Anche Bartali e Coppi non se la sentono. L’organizzazione annulla la tappa, ci si ripara a Udine, terra tranquilla. Alle insistenze dei corridori giuliani, si decide che una rappresentanza può proseguire fino a Trieste per non deludere i tanti tifosi che aspettano con un tricolore in mano ai bordi della strada.

Il protagonista di quella giornata è il triestino Giordano Cottur, passista scalatore, alfiere della Wilier Triestina. Una squadra che riunisce solo corridori delle tre Venezie dalle maglie rosso bordeaux con alabarda. Per la classifica l’ordine d’arrivo non ha importanza, per Cottur sì. Attacca all’ultima salita e per primo pedala a Trieste. I tifosi lo portano in trionfo. Nella confusione sparisce anche la bicicletta.

Sarà Giovanni Padoan nel suo libro “Un’epopea partigiana alla frontiera tra due mondi” a raccontare vent’anni più tardi i retroscena dell’attentato al Giro. Il partigiano Vanni, che aveva combattuto anche in Jugoslavia nel IX Korpus, svelerà le responsabilità di Franc Stoka, leader della Osvobodlina Fronta (Fronte di Liberazione): “si recò a Monfalcone a chiedere ai comunisti di quella sezione che impedissero il passaggio del Giro d’Italia. Questi, comprendendo l’enormità della richiesta, si rifiutarono recisamente di attuare un’azione così dissennata. Non rinunciando al suo progetto, lo Stoka si recò a Pieris e qui, purtroppo, i comunisti locali aderirono all’invito che venne messo in atto e che, come è noto, provocò stupore e reazione anche in ambienti non nazionalisti”.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 15 marzo 2006)

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