ritagli di sport

24 giugno 2006

Volevamo essere i Tupamoros

Filed under: futbol — filnax @ 10.12 am

Trentacinque anni srotolati su un campetto di calcio. In mezzo, tra un dribbling acerbo e un sospiro in panchina, alcuni snodi della vita pubblica. Neil Armstrong con il suo piccolo passo sulla Luna e il gigantesco balzo dell’umanità insieme con il rapimento di Moro; i vittorioso mondiali di Spagna ’82 seguiti dalla guerra in Iraq e il rapimento di Giuliana Sgrena. “Volevamo essere i Tupamors” è il secondo romanzo di Paolo Patui. “Un libro che sarebbe piaciuto a Pier Paolo Pasolini” l’ha definito Gianni Mura, principe dei giornalisti sportivi. I guerriglieri dell’America Latina in realtà c’entrano poco con questo libro. Nel primo racconto Tupamoros è il nome, un po’ casuale, scelto da una combriccola di ragazzini per ribattezzare la loro squadra nel torneo interno ad una colonia diocesana. Un nome non gradito ai vertici della parrocchia, che osteggiano la squadra a colpi di ingiustizie arbitrali. Extra torneo la spiaggia di Lignano Sabbiadoro si trasforma in un’arena per una sfida all’ultimo gol contro una comitiva di coetanei tedeschi. “Forse non si tratta di cinque racconti, ma di un romanzo in cinque puntate”, scrive Patui, insegnante e collaboratore Rai, che rivendica il suo ruolo di scrittore con più ginocchia sbucciate che calli sulle mani. “Pochi scrittori italiani scrivono di calcio perché pochi lo hanno giocato da piccoli, evidentemente”, ha affermato orgoglioso in un’intervista al Friuli. “Pasolini giocava e ne ha scritto. Per altri scrittori alla Baricco, il calcio è diventato anche strumento promozionale, una bella vetrina in cui si inventano partite tra artisti, tra scrittori di destra e di sinistra”. Ha proseguito senza remore di una reprimenda dello scrittore torinese, che poco ama riferimenti tranchant.La prefazione la firma Serse Cosmi, che all’uscita del libro sedeva ancora sulla panchina dell’Udinese. Il tecnico con il cappello nel suo preambolo rivendica, a nome delle migliaia di ragazzini che hanno giocato su campi spelacchiati, l’invenzione del golden gol. “Se faceva buio, se la luce dell’estate stava per finire, se tua madre ti chiamava urlando mentre la partita era ancora in pareggio, c’era sempre chi gridava «chi segna vince». Non era un golden gol quello?”

Patui scrive dal punto di vista della provincia, in questo caso friulana, dove si gioca a pallone e non a calcio, dove si guarda il mondo con distacco, mischiando ingenuità e disincanto. La formazione del protagonista dei cinque racconti è scandita da momenti dell’attualità guardati sempre da un campo di gioco, con poca erba e molta terra. Il golpe in Cile fa da sfondo ad alcune sfide calcistiche (Chiquito dieci e lode). Gli anni di piombo, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, sono raccontati nel dissidio di una scelta: partecipare alle manifestazioni studentesche, organizzate da una avvenente coetanea, o scendere in campo con gli amici di sempre nel torneo delle scuole? (Abitualmente non vestiamo Marzotto). Gli azzurri di Bearzot e l’apoteosi del Bernabeu dei mondiali di España 82 ignorati per il vano inseguimento ad una sottana in un rifugio di montagna, in mezzo a tedeschi infuriati per la sconfitta (Non sapevo che Tardelli avesse urlato). Infine, il calcio visto dalla panchina dell’ex ribelle e le battute sull’Iraq scambiate sotto la neve con calciatori in erba (Sotto semafora).

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 24 giugno 2006)

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