ritagli di sport

24 giugno 2006

Platone e la legge del pallone

Filed under: futbol — filnax @ 10.25 am

Si può insegnare calcio leggendo Nietzsche, Marcuse, Hegel, Stirner e Wittgenstein? Diego Pesaola, figlio di Bruno, in arte Zap Mangusta, ci prova con il suo trattato filosofico-calcistico “Platone e la legge del pallone” (Rizzoli).

Il libro si snoda su sedici lezioni tecniche per l’apprendista calciatore ognuno dei quali ha un filosofo di riferimento. Il colpo d’interno lo si apprende da Aristotele perché da stabilità ed equilibrio (“La bontà dei comportamenti deriva dal praticare le cose giuste, tenendo lontani gli eccessi”). Va studiato da chi intende giocare in mezzo al campo, da centrale o rifinitore. Consigliato ai fan di Frank Zappa, Paul Klee e Kurt Vonnegut e chi ai reality show predilige Jay Leno e David Letterman. Il colpo d’esterno è riservato agli esteti, agli argentini vegetariani, agli studiosi di Montaigne amanti di Cary Grant e Hugh Grant. Da evitare per i tipi un po’ rozzi in stile security e spettatori di Boldi e De Sica. “Io contraddico, come non è mai stato contraddetto” è il motto di Nietzsche riservato ai centravanti che insaccano di testa. Per quei tipi alla Zamorano, Riva e Bierhoff. Ruolo raccomandato ai Gurka e agli All Blacks, a Bossi e Di Pietro, a Mickey Rourke e Sean Penn, a Danton e Robespierre. Roba per stomaci forti, i tiepidi che si rassicurano alla vista di Vespa, Alberoni e Tamaro, della dottoressa D’Urso, del nonno Banfi e del maresciallo Proietti ne stiano alla larga. Gi irregolari che non resistono alla finta e al dribbling non possono non rifarsi alla libertà dell’egoista di Max Stirner, “la sola che nell’oceano della vita naviga sempre a gonfie vele”.  Bene accetti qui gli inventori della chiocciola di Internet e dei pop corn, chi ha nel cuore gli sciatori Thoeni, Tomba e Rocca, ma anche Tom Waits, Cassius Clay e Pinocchio. Non adatto a chi di fegato conosce solo quello d’oca. Se invece amate il gioco d’anticipo alla John McEnroe, limate il vostro passaggio filtrante sui libri di Democrito e il suo “non essere è”.

L’arte dell’assist è riservata a chi sa scrutare l’orizzonte, a chi anticipa e velocizza i tempi della storia come Ronald Reagan, Henry Ford, Pier Paolo Pasolini, Indro Montanelli, a chi innova come Elvis Presley, Woody Allen, Nijinsky e Karl Kraus.

Alle lezioni tecniche, Zap Mangusta – laureato in filosofia e diplomato all’Actor’s Studio – fa seguire quelle tattiche, con la definizione dei ruoli e relativi numeri. Si parte dall’1, ovviamente, con la spiegazione di ciò che significa nella kabbalah, nei numeri cinesi e nelle rune. Più prosaicamente si profila anche l’interprete di riferimento, Dino Zoff. Il portiere poi deve sapere citare Rilke e le barzellette di Totti. Si conclude con l’ala sinistra, il vecchio numero 11. Una zona di campo insidiosa, come già prefigurava Omero: “Attenti ai voli d’uccelli che provengono da sinistra”.

Il trattato termina con una catalogazione delle squadre. In quelle di temperamento come Livorno, Chievo, Liverpool, Werder Brema, Deportivo la Coruna e Auxerre, avrebbero trovato posto Giovanna d’Arco e i quattro moschettieri di Dumas. Le formazioni seducenti come Milan, Barcellona, Manchester United e Paris Saint-Germain si rifanno all’”esuberanza è bellezza” di William Blake e sarebbero piaciute a Mozart e Nureyev. Quelle organizzate amano Schopenauer e il suo volere soprattutto volere, ed hanno i colori di Juventus, Chelsea, Bayern Monaco e Lione. L’Inter invece, con Real Madrid, Arsenal e Borussia Dortmund, va inquadrata tra quelle squadre che inseguono il nobile ideale, l’impresa cavalleresca, la purezza al dispetto di tattica e tatticismi. Qui si scende in campo in compagnia di Parsifal, Cyrano, Don Chisciotte e il detective Philip Marlowe.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 24 giugno 2006)

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Football Heroes

Filed under: futbol — filnax @ 10.21 am

Un album dei Mondiali divertente e originale. Football Heroes è un progetto di due giovani illustratori svizzeri che hanno voluto raccontare in modo insolito la storia dei campionati del  mondo di calcio. Il libro di 160 pagine si può acquistare su Internet (www.footballheroes.org) e comprende i disegni delle trentadue formazioni partecipanti a Germania 2006, più tutti le vincitrici delle passate edizioni e alcuni team che si sono messi in mostra pur non aggiudicandosi il torneo. Un totale di sessanta squadre.

 “Al progetto, no profit, hanno partecipato cinquanta illustratori di diciassette nazionalità diversa”, spiegano i due promotori, Ashi e Jervoskaja. Ogni artista ha disegnato una o più nazionali con stili molto particolari. L’americano Toki Doki ha rappresentato l’Italia ’82 come fumetti ironici, dove spicca l’enorme chioma riccia dello stopper Fulvio Collovati. La squadra di Lippi è stata tratteggiata dal romano Lorenzo Ceccotti, in chiave più grottesca, con un Fabio Cannavaro dal collo taurino da far impallidire Mike Tyson. L’inglese Beach la nazionale azzurra campione del ’34 l’ha immaginata come una squadra di antichi gladiatori romani con Giuseppe Meazza e Angelo Schiavio con lame sguainate e il ct Vittorio Pozzo novello Giulio Cesare. Tutt’altro stile per la nazionale di quattro anni dopo, con calciatori raffigurati da Märt Infanger come tanti zombie con occhi cerchiati e volti blu. Irriconoscibile il Brasile campione del 2002 con delle caricature molto colorate di Marcos Guilherme. Per non parlare di Argentina 2006, dove Riquelme e compagni sono interpretati come fumetti giapponesi dal connazionale Stupid Love che curiosamente ha escluso la stella Tevez. François Chalet non ha risparmiato icone del calcio francese (annata 1982), con un Michel Platini dalle orecchie giganti alla Dumbo e un Alain Giresse fuoriquadro per la bassa statura. Soldatini legnosi i tedeschi di Frank Beckenbauer, irridati nei Mondiali disputati in casa nel ’74. C’è anche un omaggio alla splendida Olanda campione d’Europa dell’88. I profili di Marco Van Basten, Ruud Gullit, Frank Rijkaard, Ronald Koeman sono delle macchie d’inchiostro su tavole arancioni.

“Per noi è una sorta di campionato del mondo di illustratori. Ognuno di noi vuole vincere la competizione del disegno più bello” confessa il ventiquattrenne Achilles Greminger, in arte Ashi. “Mediamente – aggiunge Kai Jerzö, 35 anni, nome d’arte Jervoskaja – ogni illustratore ha impiegato dalle quaranta alle cento ore per completare una formazione composta da dodici ritratti, undici calciatori più l’allenatore. Un lavoro molto intenso che è stato possibile grazie all’entusiasmo di tutti i partecipanti. Un progetto che avevo iniziato nel 1998 e che è stato possibile realizzare grazie all’apporto di Ashi e a tutti gli altri illustratori in giro per il mondo che hanno aderito con grande entusiasmo. E dire che c’è qualcuno che non sapeva neanche dell’esistenza dei Mondiali”.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 24 giugno 2006)

Futbol bailado

Filed under: futbol — filnax @ 10.18 am

In calzoni corti Bernardo Bertolucci e Pier Paolo Pasolini. È il 1975 e a Cittadella, vicino Parma, si sfidano le troupe dei due amici. Entrambi stanno girando in Emilia due film sul fascismo. A Mantova Pasolini è impegnato con le riprese di “Salò o le centoventi giornate di Sodoma” scritto con Pupi Avati e Sergio Citti, a pochi chilometri di distanza si lavora all’ambizioso “Novecento” con Gerard Depardieu, Robert De Niro e la pasoliniana Laura Betti. Il compleanno di Bertolucci è l’occasione per organizzare una sfida calcistica dove si rincorrono attori e tecnici delle due troupe. Pasolini suda e corre, Bertolucci si sbraccia dalla panchina nell’inedito ruolo di allenatore. A cambiare il risultato della partita l’ingresso nel secondo tempo di Francesco Ferrari, talento imberbe. La sua danza, il fùtbol bailado, strega Pasolini e lo persuade a stillare una goccia di speranza nel finale del film. Sugli spalti ad assistere all’insolito match gli altri due protagonisti: Alberto, un bambino che aspetta il ritorno del padre, e Vincenzo, un terrorista nero.

Futbol bailado (Sironi editore) è il secondo romanzo di Alberto Garlini, trentasettenne parmense emigrato in Friuli, che così descrive il suo libro. “Una storia di una purezza dimenticata, tradita. E di un poeta e di un’epoca che la incarnano: Pasolini, gli anni settanta. La purezza che ho raccontato per tante pagine è quella delle prime partite di calcio, quando si era bambini e i pomeriggi duravano per sempre. Quando i tramonti erano del colore del sangue, e giocando ci si sentiva in armonia col cosmo. Le porte erano due giacconi buttati per terra, tre calci d’angolo erano un rigore, tre falli di mano un gol. Non c’erano regole precise. Per la prima e unica volta, prima delle regole, prima dei soldi, prima dei si deve, prima della furbizia assassina, l’innocenza. Per la prima e l’unica volta uno spazio anarchico pienamente realizzato.”

Nella trama si intersecano momenti diversi della storia reale, con continui salti temporali. L’omicidio di Pasolini ad Ostia e quello del fratello partigiano a Porzûs, lo scandalo del calcioscommesse degli anni Ottanta, la vittoria ai Mondiali di Spagna ’82 e la strage dell’Heysel. Si affaccia anche San Francesco, a cui si ispira la vita del protagonista. Troppo distante dal laido del calcio. A soli vent’anni Francesco Ferrari smette di giocare. Una condizione fisica zoppicante e la nausea per un sistema marcio lo portano ad uscire subito dal gioco. Scelta che non rimpiangerà poco tempo dopo quando subirà l’umiliazione di vedersi chiamare in correità per scommesse proibite da un ex compagno di squadra del Perugia.

No, non è più tempo di danzare, di futbol bailado che il protagonista rappresenta come “una specie di fiume che non si può arginare: gli uomini possono stringere gli argini, possono togliere la ghiaia e pensare di farla franca, ma il fiume prima o poi la fa pagare: alla prima pioggia insistente, traborda, sconfina, inonda, contagia. No, io non sono una pioggia, forse solo una pioggerella o addirittura una nebbiolina, ma spero che ci sia un uragano, forse dopo, forse quando non so….”

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 24 giugno 2006)

Birmania Football Club

Filed under: futbol — filnax @ 10.15 am

Il calcio evocato nel titolo fa da sfondo. Birmania Football Club (Instar libri) non è un testo sullo sport più popolare a Myanmar. Il libro di Andrew Marshall è un intenso reportage sulla Birmania, prendendo spunto dai diari di sir J. George Scott. Fu questo avventuriero vittoriano, inviato in oriente dalla Corona a tracciare la mappa dei disordinati confini di questo “nulla geografico”, ad introdurre il gioco del calcio nel paese. Uno sport che sedusse subito i birmani, gente violenta che – secondo Scott – vedeva nel pallone di cuoio l’evocazione di una battaglia. Epiche le sfide tra gli indigeni e i coloniali, con gli allievi che vogliono superare a tutti i costi i maestri anche ricorrendo a piccoli trucchi, come la preparazione di pasti corretti, per scatenare attacchi di dissenteria nei sudditi di Sua Maestà.

Marshall, giornalista freelance di trentotto anni, vive a Bangkok. Per la realizzazione del libro si è recato sette volte in Birmania, fingendosi turista. Tutti viaggi dove, come scrive nella prefazione, “sono stato fotografato, filmato, ostacolato, inseguito e chiamato traditore dagli agenti della direzione dei servizi segreti della difesa. Bene, signori, avevate ragione: ero uno scrittore camuffato da turista”. L’autore ripercorre gli itinerari descritti nei diari da Scott, dal dilapidato splendore coloniale di Rangoon alla città reale di Mandalay. Certo non si è imbattuto in quella tribù di wa che il vittoriano descrisse come “una razza straordinariamente cortese, industriosa e degna di stima, peccato che abbia la mania di mozzare la testa agli sconosciuti, e che di norma trascurino di lavarsi”.

La Birmania di oggi ha ormai poco dell’ex colonia. I luoghi di raduno delle tribù narrate da Scott sono state saccheggiate dall’esercito birmano. Dal 1962 a governare il paese è una dittatura militare finanziata dall’ingente traffico di droga (tra i principali fornitori dell’eroina venduta nelle strade degli Stati Uniti). La presa del potere è stata caratterizzata dai classici rituali di rifiuto totale di tutto ciò che potesse evocare il passato coloniale del “popolo con i pantaloni”. Xenofobia, libri stranieri censurati, missionari espulsi. La leader del movimento democratico, Aung San Suu Kyi ha provato a guidare una rivolta democratica, definita una “seconda lotta per l’indipendenza”. Una battaglia che le è valsa la vittoria alle elezioni del 1990, a cui però non sono seguite responsabilità di governo bensì gli arresti domiciliari. Una persecuzione che le è valsa anche il premio Nobel per la pace. Superata la naturale diffidenza e scrostata l’iniziale entusiastica adesione al regime, Marshall descrive nel libro anche “un popolo colto, profondamente originale e giustamente orgoglioso delle sue vivaci tradizioni”.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 24 giugno 2006)

Volevamo essere i Tupamoros

Filed under: futbol — filnax @ 10.12 am

Trentacinque anni srotolati su un campetto di calcio. In mezzo, tra un dribbling acerbo e un sospiro in panchina, alcuni snodi della vita pubblica. Neil Armstrong con il suo piccolo passo sulla Luna e il gigantesco balzo dell’umanità insieme con il rapimento di Moro; i vittorioso mondiali di Spagna ’82 seguiti dalla guerra in Iraq e il rapimento di Giuliana Sgrena. “Volevamo essere i Tupamors” è il secondo romanzo di Paolo Patui. “Un libro che sarebbe piaciuto a Pier Paolo Pasolini” l’ha definito Gianni Mura, principe dei giornalisti sportivi. I guerriglieri dell’America Latina in realtà c’entrano poco con questo libro. Nel primo racconto Tupamoros è il nome, un po’ casuale, scelto da una combriccola di ragazzini per ribattezzare la loro squadra nel torneo interno ad una colonia diocesana. Un nome non gradito ai vertici della parrocchia, che osteggiano la squadra a colpi di ingiustizie arbitrali. Extra torneo la spiaggia di Lignano Sabbiadoro si trasforma in un’arena per una sfida all’ultimo gol contro una comitiva di coetanei tedeschi. “Forse non si tratta di cinque racconti, ma di un romanzo in cinque puntate”, scrive Patui, insegnante e collaboratore Rai, che rivendica il suo ruolo di scrittore con più ginocchia sbucciate che calli sulle mani. “Pochi scrittori italiani scrivono di calcio perché pochi lo hanno giocato da piccoli, evidentemente”, ha affermato orgoglioso in un’intervista al Friuli. “Pasolini giocava e ne ha scritto. Per altri scrittori alla Baricco, il calcio è diventato anche strumento promozionale, una bella vetrina in cui si inventano partite tra artisti, tra scrittori di destra e di sinistra”. Ha proseguito senza remore di una reprimenda dello scrittore torinese, che poco ama riferimenti tranchant.La prefazione la firma Serse Cosmi, che all’uscita del libro sedeva ancora sulla panchina dell’Udinese. Il tecnico con il cappello nel suo preambolo rivendica, a nome delle migliaia di ragazzini che hanno giocato su campi spelacchiati, l’invenzione del golden gol. “Se faceva buio, se la luce dell’estate stava per finire, se tua madre ti chiamava urlando mentre la partita era ancora in pareggio, c’era sempre chi gridava «chi segna vince». Non era un golden gol quello?”

Patui scrive dal punto di vista della provincia, in questo caso friulana, dove si gioca a pallone e non a calcio, dove si guarda il mondo con distacco, mischiando ingenuità e disincanto. La formazione del protagonista dei cinque racconti è scandita da momenti dell’attualità guardati sempre da un campo di gioco, con poca erba e molta terra. Il golpe in Cile fa da sfondo ad alcune sfide calcistiche (Chiquito dieci e lode). Gli anni di piombo, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, sono raccontati nel dissidio di una scelta: partecipare alle manifestazioni studentesche, organizzate da una avvenente coetanea, o scendere in campo con gli amici di sempre nel torneo delle scuole? (Abitualmente non vestiamo Marzotto). Gli azzurri di Bearzot e l’apoteosi del Bernabeu dei mondiali di España 82 ignorati per il vano inseguimento ad una sottana in un rifugio di montagna, in mezzo a tedeschi infuriati per la sconfitta (Non sapevo che Tardelli avesse urlato). Infine, il calcio visto dalla panchina dell’ex ribelle e le battute sull’Iraq scambiate sotto la neve con calciatori in erba (Sotto semafora).

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 24 giugno 2006)

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