ritagli di sport

17 gennaio 2006

Il mister viaggiatore /1

Filed under: futbol — filnax @ 3.20 pm

In principio fu Peppino Meazza. Nel lontano 1947 l’ex bomber della Nazionale campione del mondo nel ’34 e nel ‘38 fu l’apripista degli allenatori d’esportazione. Lasciò l’Italia delle macerie della seconda guerra mondiale per traslocare in Turchia alla guida del Besiktas. Travalicare i confini nazionali oggi non è un’eccezione. Ai casi celebri di Fabio Capello nella Liga spagnola, di Giovanni Trapattoni nella Bundesliga tedesca o di Gianluca Vialli nella Premier League inglese, si aggiungono quelli dei tecnici che hanno deciso di  esplorare football sconosciuti, figli di un dio minore, dove i riflettori dei media rimangono spenti. Proprio sulla panchina di Meazza si accomoda, dal maggio 2000 al marzo 2001, Nevio Scala. “Il Galatasaray e il Fenerbache sono in calo e il Besiktas è la forza emergente, disputiamo una buona stagione portando a casa la Coppa Ataturk e un posto per la Champions League. Rispetto all’Italia incontro però molte differenze, giocatori svogliati e poco inclini ai sacrifici. E poi allenarli nel periodo del Ramadan è impossibile”. L’anno successivo l’ex allenatore del Parma si trasferisce in Ucraina, allo Shakhtar Donetsk di Rinat Akhmetov, uno dei più facoltosi e discussi industriali del paese. “Il presidente mi mette subito a disposizione il suo sterminato parco macchine extralusso. Ringrazio per la generosa offerta, ma rifiuto, a me serve una jeep per andare a caccia. Acquisto una Lada Niva usata e, scegliendo un automobile che in passato rappresentò l’orgoglio nazionale, conquisto subito la simpatia dei tifosi”. Dopo lo splendido debutto, culminato con il primo scudetto nella storia del club, Scala progetta di fermarsi a lungo in Ucraina e studia il cirillico. Ma anche nel calcio ucraino la riconoscenza è merce rara. Dopo una pesante sconfitta in Champions League con il Bruges arriva il licenziamento. “Credo che Akhmetov se ne sia pentito. Ci sentiamo spesso e se volesse riprendermi tornerei immediatamente”. Nel 2003 Scala rimane a respirare i rigidi climi dell’est, approdando allo Spartak Mosca. “Un periodo di grande tensione politica. Per soli quaranta minuti scampo ad un attentato terroristico alla metropolitana.” Ottiene l’acquisto del difensore Nemanja Vidic (recentemente strappato dal Machester United alla Fiorentina) e cerca vanamente di persuadere Damiano Tommasi (“gli chiesi di venire a fare il capitano, una settimana prima del suo gravissimo infortunio”) a seguirlo nell’avventura. Incassato il rifiuto del centrocampista della Roma, disegna la squadra su Igor Titov, il Totti locale, ma all’inizio della stagione la stella russa viene squalificata per doping. Il cambio al vertice societario, con l’arrivo della Lukoil, lo riporta in Italia. Attualmente Nevio Scala, dopo aver declinato una panchina scozzese, valuta le offerte che arrivano da tutto il mondo, Emirati Arabi in particolare.

Dopo le esaltanti vittorie con l’Under 21 italiana e le cocenti delusioni su panchine di club (Inter e Bari), Marco Tardelli cerca il riscatto in Africa. Nel 2004 fa la spola con il Cairo per otto mesi. “In Egitto ci sono due autorità, il presidente della federazione e il consigliere finanziatore. A decidere il mio ingaggio è quest’ultimo”. Un’esperienza conclusasi anticipatamente per questioni politiche. Nonostante fosse previsto dal contratto, si scatenano innumerevoli polemiche sui dodici giorni al mese che Tardelli trascorre in Italia. Durante la sua gestione l’Egitto ottiene discreti risultati, battendo anche il Camerun. Le partire in casa registrano il tutto esaurito con centotrentamila spettatori. Niente da fare invece per la qualificazione al Mondiale, il girone è troppo duro. “In Egitto ci sono grandi potenzialità, per emergere devono però cambiare mentalità. Sono impulsivi, se dopo dieci minuti un giocatore non faceva una buona azione, mi chiedevano di sostituirlo. Purtroppo manca una seria programmazione. Il mio interlocutore cambiava in continuazione, in sei mesi si sono avvicendati tre ministri dello sport”.

Romano Mattè in estate si occupa dei disoccupati del calcio italiano. Ai giocatori senza squadra regala aneddoti sulle sue esperienze all’estero. “Nel 1990, per un accordo tra Paolo Mantovani e Nirwan Barie, presidente della federcalcio indonesiana, alleno una selezione dei migliori giovani del paese asiatico trasferitasi in Liguria, a Sestri Levante. Eccezionalmente ci concedono di partecipare al campionato italiano Primavera fuori classifica.” I talenti in erba per non interrompere gli studi, hanno al seguito dei docenti indonesiani. Nel ‘92 il passaggio di Mattè alla nazionale maggiore e il trasloco a Savannah. “Sempre in viaggio per le diecimila isole del paese ad osservare partite, dall’arcipelago delle Molucche alla Nuova Guinea. Instauro un rapporto di stima con i tifosi, che apprezzano uno straniero non supponente che impara in breve tempo la loro lingua e studia le tradizioni locali. Otteniamo anche buoni risultati come le semifinale ai Campionati d’Asia battendo India e Malesia”. Sono gli anni del regime di Suharto (“una dittatura blanda”) e nel paese non c’è traccia di integralismo islamico. “Prima della partita preghiamo insieme, ognuno secondo la propria fede”.  Per motivi familiari il tecnico italiano lascia l’Indonesia nel ’96. “Dopo una sconfitta per 3-0 dallo Zimbabwe mi chiedono di tornare, ma dopo la morte di mia moglie, devo occuparmi di mio figlio”. Per lo stesso motivo Mattè rifiuta la panchina della nazionale giapponese ed è entra nei ranghi della Juventus come osservatore. I bagagli li prepara quattro anni più tardi, nel 2000: destinazione: Mali. “Partiamo forte. Vinciamo il torneo Città di Parigi e battiamo anche le Balck Stars, la squadra formata dai giocatori africani del campionato francese”. A Bamako accorrono in ottantacinquemila per i match casalinghi e l’entusiasmo aumenta dopo le vittorie su Marocco e Sudafrica. L’italiano che vince però non piace ai francesi, che esercitano grande influenza sulle scelte del paese africano. “Sulla scaletta dell’aereo che mi riporta in Italia, con le lacrime agli occhi un generale mi confida: mi vergogno, ma siamo poveri e dobbiamo sottostare alla scelta di Parigi”. In aeroporto lo salutano con gli onori militari.

Filippo Nassetti

(Il Foglio, 17 gennaio 2006)

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